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	<title>Dr.ssa Angela Pellegrino</title>
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		<title>Coronavirus: cosa succederà dopo l&#8217;emergenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2020 12:20:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento siamo, giustamente, tutti concentrati sull&#8217;emergenza. Ci informiamo ogni giorno, seguiamo gli aggiornamenti sull&#8217;evoluzione dei contagi e teniamo il conto dei numeri che ci offrono la sensazione di orientamento come fossero dei punti di riferimento in questa quotidiana incertezza del navigare a vista. Più passano i giorni, però,...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/coronavirus-cosa-succedera-dopo-lemergenza/">Continua a leggere</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questo momento siamo, giustamente, tutti concentrati sull&#8217;<strong>emergenza</strong>.</p>
<p>Ci informiamo ogni giorno, seguiamo gli aggiornamenti sull&#8217;evoluzione dei contagi e teniamo il conto dei numeri che ci offrono la sensazione di orientamento come fossero dei punti di riferimento in questa quotidiana incertezza del navigare a vista.</p>
<p class="p1">Più passano i giorni, però, e più sembra plausibile pensare che la quarantena che stiamo vivendo si allungherà ancora di più.<br />
E, se i tempi dovessero allungarsi, quello che stiamo facendo adesso non basterà!</p>
<p class="p1">In primis, il periodo di semi-isolamento sarà lungo per dedicarlo solamente al riposo o lasciarlo al caso. Servirà una maggiore organizzazione e scansione del proprio tempo, con margini dedicati non a semplici passatempi ma anche ad altre attività che dovranno essere riorganizzate dentro casa. Spazio da dedicare alle passioni personali e ai propri talenti, magari in un modo tutto nuovo da reinventare, al fine di sentire una progettualità e una continuità vitale dentro e fuori di noi.<br />
Un senso del tempo di qualità in quello che sembra essere un non-tempo.</p>
<h3><strong>E quando l&#8217;emergenza sarà finita?</strong></h3>
<p>Prima o poi però l’emergenza sanitaria, con il contributo ed il sacrificio di tutti (operatori sanitari e cittadini), passerà.</p>
<p class="p1"><em>Quello che non passerà facilmente saranno tutte le ferite psicologiche e psichiatriche che questa situazione comporterà e l’ossigeno per ritornare a respirare non potrà essere solo l’affetto e la condivisione che stiamo vivendo adesso. Non si tratta solo di dover gestire i disturbi d’ansia che, in tutte le loro forme acute e croniche, si manifesteranno.</em></p>
<p class="p1"><em>Si tratta di dover gestire il <strong>Lutto</strong>.</em></p>
<p class="p1"><em>Il lutto &#8220;concreto&#8221; per la perdita senza assistenza di una persona cara e la mancanza di un degno commiato di un familiare. Nel migliore dei casi, il lutto per la perdita delle cose prima ritenute elementari (un abbraccio, un bacio, una stretta di mano, un&#8217;uscita con amici, un pranzo con i familiari, una passeggiata al parco con i bambini&#8230;).</em></p>
<p class="p1"><em>Il lutto per la normalità a cui abbiamo dovuto imparare a rinunciare; per gli spazi persi ed i confini chiusi, quelli fisici e quelli sul domani.</em></p>
<p class="p1"><em>Il lutto per la perdita dei rituali, delle emozioni e dei comportamenti legati al Lutto [&#8230;],</em> oggi divenuti anche questi necessariamente una parte del protocollo da seguire.</p>
<h3><strong>Cosa ci aspettiamo a lungo termine?</strong></h3>
<p class="p1">Diversi sono gli <a href="https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S0140-6736%2820%2930460-8#page=5">studi</a> in letteratura che hanno analizzato popolazioni soggette a esperienze di quarantene passate. I ricercatori hanno dimostrato che lunghi periodi di isolamento possano portare a sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e sintomi del <strong>disturbo post-traumatico da stress</strong>.<br />
Non stupisce che tra i soggetti più colpiti ci siano proprio i medici e gli staff ospedalieri che lavorano spesso senza sosta. Ma non solo.</p>
<p class="p1">Infatti, un rischio nel futuro prossimo è che, passata questa crisi, potremmo trovarci molti casi di burnout tra il personale che era in prima linea nel contrastare l’emergenza coronavirus ma anche tra i cittadini con malattie croniche e persone che già soffrono di disturbi mentali (anche lievi).</p>
<p class="p1">Inoltre,o che può accadere è che questi esiti avranno pesanti risvolti anche sulla popolazione sana.</p>
<p>Questo perché il periodo di <strong>forte stress</strong> e <strong>deprivazione</strong> (fattore di rischio) andrà ad inserirsi in un quadro personale fatto di ulteriori fattori di rischio e/o di protezione individuali del singolo soggetto (la sua personalità, storia familiare, altre patologie pregresse, la sua resilienza, rete familiare e sociale di riferimento, etc) creando un mix diverso per ciascuno di noi più o meno grave e rilevante dal punto di vista psicologico e clinico.<br />
A ogni modo un esito da dover fronteggiare, così come avviene quando abbiamo a che fare con un lutto.</p>
<h3><strong>La fase depressiva</strong></h3>
<p>Dopo l&#8217;emergenza saremo di nuovo &#8220;liberi&#8221; ma saremo chiamati ad affrontare un&#8217;altra prova: la <strong>fase depressiva.</strong></p>
<p>Dovremo infatti cominciare a fare i conti con quello che abbiamo perso: chi un caro, chi il lavoro, la sicurezza economica, etc. Non sarà soltanto qualcosa di materiale ma anche la perdita dell&#8217;autostima come singoli individui e come collettività. La normalità e la sicurezza nel progettare il futuro a breve e lungo termine.</p>
<p>Come è già accaduto dopo le grandi crisi del passato, dovremo imparare a rialzarci ricostruendoci da ciò che è rimasto. Dovremo quindi fronteggiare la fase depressiva per rinascere, dovremo elaborare il lutto.</p>
<p class="p1">Con la speranza che chi senta un sovraccarico abbia la forza e la consapevolezza di chiedere un adeguato sostegno psicologico per fronteggiarlo.</p>
<p class="p1">Una cosa è certa: <strong>quando tutto sarà finito nulla sarà più lo stesso, perché noi stessi in primis saremo profondamente cambiati. Facciamone tesoro.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>dr.ssa Angela Pellegrino</em><br />
<em>email e skype: <a href="mailto:psic.angelapellegrino@gmail.com">psic.angelapellegrino@gmail.com</a></em><br />
<em>cell: 327.4358383</em></p>
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		<title>Da due a tre: nascita del primo figlio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 15:16:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La nascita del primo figlio richiede e comporta per la coppia un profondo e radicale cambiamento: il passaggio dalla configurazione relazionale di due a tre, dalla coppia alla famiglia. &#160;            La nascita di un figlio ha sulla coppia effetti sia positivi che negativi e non per questo devono...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/da-due-a-trenascita-del-primo-figlio/">Continua a leggere</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>nascita</strong> <strong>del primo figlio</strong> richiede e comporta per la coppia un profondo e radicale cambiamento: il passaggio dalla configurazione relazionale di due a tre, dalla coppia alla famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">          <img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-343" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/neonato-300x216.jpg" alt="neonato nascita" width="300" height="216" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/neonato-300x216.jpg 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/neonato.jpg 408w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La nascita di un figlio ha sulla coppia effetti sia positivi che negativi e non per questo devono divenire motivo di preoccupazione e allarme per i genitori, in quanto fanno parte del <strong>processo di ristrutturazione della coppia</strong> che è passata ad essere adesso anche una<strong> famiglia</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa accade ad una coppia dopo la nascita di un figlio?</strong></p>
<p>Ogni nuova famiglia deve prendere in considerazione che un<strong> bambino rivoluziona tutte le dinamiche</strong> esistenti prima del suo arrivo.</p>
<p>L&#8217;arrivo di un bambino crea spesso molto scompiglio nella coppia, anche se è stato tanto desiderato.</p>
<p>Se la nascita di un figlio prevede un tempo determinato di 9 mesi di gravidanza, <strong>diventare genitori</strong>, invece, <strong>è un <em>processo</em> lungo e non affatto automatico</strong>.</p>
<p>In seguito alla nascita del primo figlio la coppia si trasforma in famiglia e acquisisce un nuovo legame, quello genitoriale, che dovrà andare di pari passo a quello coniugale.</p>
<p>E’ importante in questa fase della vita che i partner creino dei <strong>confini chiari </strong>tra quella che è la <strong>relazione di coppia</strong> e quella che sarà la <strong>relazione genitoriale</strong>, così che ciascun sottosistema emozionale non venga trascurato e abbia un suo spazio chiaro e ben definito.</p>
<p>E’ auspicabile che i neo genitori possano sentire accrescere mano a mano il senso di competenza e di fiducia reciproca e sentirsi uniti in un compito comune che aumenti la coesione familiare e la stima nel proprio ruolo genitoriale.</p>
<p>C’è da dire però che il grande cambiamento a cui si assiste e le ingenti cure che il bambino richiede, potrebbero far aumentare le tensioni e i motivi di conflitto tra i partners. Non a caso, la nascita del primo figlio è uno degli eventi del ciclo di vita in cui la coppia può affrontare una crisi e, talvolta, separarsi.</p>
<p>E’ per questo motivo che bisogna capire ciò che è meglio e cosa può essere funzionale o disfunzionale per il benessere di ogni componente della nuova famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gli esterni alla coppia sono &#8220;utili&#8221; al benessere della nuova famiglia?</strong></p>
<p>Nelle prime settimane dopo la nascita, la novità e la <strong>vicinanza di parenti e amici</strong>, possono sicuramente rendere meno pesanti i compiti di cura e le responsabilità nei confronti del bambino.</p>
<p>Il sostegno esterno e gli aiuti, affinché siano utili e funzionali, devono essere gestiti, scanditi e circondati in modo esplicito e chiaro per tutti. Difatti, l’eccessiva vicinanza/intromissione dei parenti nella gestione del piccolo può creare confusione nella creazione di nuovi spazi e confini all’interno del nuovo nucleo familiare. Questa può rendere difficoltoso:</p>
<ul>
<li>lo sperimentarsi dei neo genitori nella loro funzione genitoriale</li>
<li>trovare il proprio stile nell&#8217;essere e nel fare il genitore come singolo individuo e rispetto al partner</li>
<li>l&#8217;acquisizione di un equilibrio psico fisico del bambino e  della nuova famiglia al completo</li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa cambia nella coppia dopo la nascita del primo figlio?</strong></p>
<p>La coppia si trova a doversi confrontare con una <strong>serie di compiti, la riuscita dei quali è importantissima per il benessere individuale, di coppia e familiare.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quali sono i compiti dei neo genitori?</strong></p>
<p>I principali sono tre:</p>
<ul>
<li><strong>ridefinire la relazione coniugale</strong></li>
<li><strong>costruire ruoli e funzioni genitoriali</strong></li>
<li><strong>rinegoziare ruoli e posizioni nei confronti delle famiglie d’origine</strong></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1. DIVENTARE GENITORI RIMANENDO COPPIA</strong></p>
<p>Il primo compito è molto importante e prevede che la coppia riorganizzi rapporti, funzioni e compiti al proprio interno, con l’obiettivo di creare uno spazio fisico e mentale per il proprio figlio e allo stesso tempo mantenere uno spazio per sé e uno per la coppia.</p>
<p>Certo, tutto ciò non è semplice!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per raggiungere questo obiettivo, è necessario che:</p>
<ul>
<li>ogni partner abbia raggiunto un buon livello di separazione (fisica e psicologica) e si senta indipendente (fisicamente e psicologicamente) dalla propria famiglia d’origine</li>
<li>la coppia sia stabile e abbia costruito una relazione fondata sull’empatia, sul dialogo e sul sostegno reciproco</li>
<li>la coppia tenga separata la dimensione coniugale da quella genitoriale, dedicandovi spazi, mentali e fisici, separati, tenendo a mente l’importanza e il valore di entrambi</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. ESSERE UNA SQUADRA E NON DUE SINGOLI INSIEME!</strong></p>
<p>Il secondo compito: il partner deve negoziare con l’altro il tipo di atteggiamento educativo da impostare con il figlio, con l’obiettivo di definirne uno condiviso. In questo modo, il figlio imparerà che le regole hanno un valore e che entrambi i genitori hanno pari autorità nei suoi confronti.</p>
<p>Avere pareri e idee diverse rispetto all’approccio e all’educazione verso il figlio non è disfunzionale se c’è spazio nella coppia genitoriale per negoziare un’unica linea educativa da comunicare al figlio. I partner dovranno <strong>decidere quale stile di relazione e di educazione attuare</strong> nei confronti del figlio, senza necessariamente doversi comportare con lui nello stesso modo, ma facendogli sperimentare una <strong>continuità di azione educativa da parte di entrambi.</strong></p>
<p>La linea educativa scelta dai genitori deve essere perciò chiara sin dall’inizio per il bambino, così come l’unità della coppia e il rispetto reciproco della “squadra genitoriale”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3. TUTTI UNITI MA OGNUNO AL SUO POSTO!</strong></p>
<p>Terzo compito: è fondamentale che i genitori anziani vedano e accettino i neo-genitori in un ruolo diverso da quello di figlio, che ne riconoscano il ruolo e le funzioni genitoriali, senza sostituirsi a questi se li vedono in difficoltà nel gestire i nuovi compiti.</p>
<p>E&#8217; importante che sostengano lui/lei e la coppia da una &#8220;distanza opportuna&#8221;; per far questo devono partecipare alla vita dei nipoti assumendo la nuova identità di nonni. Questo ruolo se da un canto è automatico in termini di affetto, può non esserlo in termini di confini e ruoli e può richiedere tempo e confronto.</p>
<p>I neo-genitori, dal canto loro, devono ridefinire i rapporti con la famiglia d’origine, trovando nella coppia il riferimento principale per la crescita del figlio.</p>
<p>I nonni rappresenteranno una risorsa ulteriore nei momenti di bisogno e un nuovo legame affettivo e di continuità storica per i propri figli, pertanto devono essere chiamati a svolgere la loro funzione di sostegno e cura emotiva-affettiva ma non prettamente educativa che spetta ai genitori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Quali sono i luoghi comuni sull&#8217;essere un <em>bravo genitore</em>?</strong></h2>
<p><span style="text-decoration: underline;">1. Credere che solo la madre sia indispensabile e debba occuparsi dei primi mesi di vita, in quanto mossa dall’istinto materno insito nella gravidanza.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I FIGLI SONO DI ENTRAMBI I GENITORI ED ENTRAMBI SONO FONDAMENTALI IN EGUAL MISURA NELL’ACCUDIMENTO E SVILUPPO DEL BAMBINO.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"> <img decoding="async" class="alignnone wp-image-346 size-medium" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/genitori1-300x282.jpg" alt="genitori" width="300" height="282" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/genitori1-300x282.jpg 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/genitori1-1024x964.jpg 1024w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/genitori1-600x565.jpg 600w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/genitori1.jpg 1298w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La madre è istintivamente portata ad accudire il bambino sul piano fisico ed emotivo, creando con lui una fondame<span style="color: #000000;">ntale relazione </span>che assicura al piccolo ogni attenzione nei primi mesi di vita.</p>
<p>Questo è incentivato sicuramente dal periodo della gravidanza, dal parto e successivamente  dall’eventuale allattamento al seno.</p>
<p>In questo rapporto il padre viene spesso trascurato o escluso e può vivere la sensazione di essere il &#8220;<em>terzo incomodo</em>”; nella maggior parte dei casi, infatti, la figura paterna non viene ritenuta abbastanza capace di occuparsi del figlio neonato, un genitore di secondo ordine rispetto alla madre, portando così ad una <strong>spaccatura </strong>nella relazione genitoriale e nella coppia.</p>
<p>Le neo mamme dovranno ovviamente accudire il proprio bambino, ma dovranno pian piano anche <strong>lasciar entrare il papà nella diade madre-bambino</strong><strong> </strong>perché il ruolo del papà è fondamentale per una sana crescita psicofisica del figlio sin dai primi mesi di vita e non solo quando sarà più grande.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa può essere utile al papà e al bambino?</strong></p>
<ul>
<li><strong>Parlare al feto</strong> quando è ancora nel grembo materno permette di creare quel feeling e collante alla nascita del bambino a livello di familiarità percettiva con questo, nonché di riconoscimento sensoriale reciproco;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Partecipare al parto</strong> è importante sia per instaurare una relazione affettiva ed emotiva con il proprio bambino fin da subito che come sostegno e condivisione emotiva sul piano della coppia.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Partecipare all’allattamento</strong> e alla totale cura del figlio (condividendo anche il momento del nutrimento al seno o provvedendo all’allattamento con il biberon) così come far sentire la propria presenza attraverso il contatto fisico e il calore affettivo al bambino é importante per la creazione di un&#8217;importante intimità fisica e affettiva tra padre e figlio.</li>
</ul>
<p>Tutto ciò sarà fondamentale per:</p>
<ul>
<li>lo <strong>sviluppo del bambino</strong></li>
<li>il <strong>coinvolgimento e responsabilità genitoriale</strong> da parte di entrambi i coniugi</li>
<li>il <strong>supporto e la collaborazione reciproca</strong></li>
<li>il <strong>rapporto di coppia</strong></li>
</ul>
<p>Infatti, se è vero che la madre è la custode del codice affettivo ed il padre di quello etico, delle regole e dell’emancipazione, è anche vero che tale divisione non é e non deve essere netta. I due codici dovrebbero essere espressi e percepiti dal bambino come intercambiabili per <strong>evitare rigidità di ruolo non necessarie e disfunzionali</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">2. Credere che per essere dei buoni genitori bisogna sacrificare se stessi e la coppia.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>RINUNCIARE A PARTI VITALI DI SE E DELLA COPPIA NON VUOL DIRE INCREMENTARE QUELLE GENITORIALI; FOCALIZZARSI ESCLUSIVAMENTE SUL BAMBINO PUÒ LIMITARE LO SVILUPPO DELLA SUA AUTONOMIA E ACCRESCERE IL SUO SENSO DI <em>ONNIPOTENZA</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-345 size-medium" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia-300x297.jpg" alt="famiglia" width="300" height="297" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia-300x297.jpg 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia-150x150.jpg 150w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia-1024x1014.jpg 1024w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia-600x594.jpg 600w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/famiglia.jpg 1285w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>É palese e naturale che con la nascita e principalmente nei primi mesi di vita del neonato, il tempo a disposizione per se stessi e per le attenzioni reciproche tra partners diminuisce così come possono subire un declino quelli che possiamo definire gli  aspetti “romantici” della relazione coniugale.</p>
<p>Ciò è normativo e non deve preoccuparci in quanto si tratta di un periodo di grandi cambiamenti e assestamenti. É necessario del tempo affinché si trovi un nuovo equilibrio in seguito a un così grande cambiamento.</p>
<p>Per far fronte ai cambiamenti che comporta la nascita di un bambino, ciascuno dei due coniugi non deve dare per scontato e automatico sia nei propri confronti che da parte del coniuge una serie di necessari e vitali cambiamenti individuali e di coppia.</p>
<p>In questa nuova configurazione familiare è essenziale pertanto che il “<em>patto genitoriale</em>” si integri col “<em>patto coniugale</em>”, ossia che il prendersi cura del bambino non escluda il <strong>dedicarsi spazio e amore reciproco da parte dei partner</strong>.</p>
<p>Questo aiuterà il figlio ad avere un<strong> buon modello di coppia da seguire e una maggiore serenità</strong> generata da una relazione amorevole tra i suoi genitori.</p>
<p>Gli eviterà, inoltre, di divenire il solo punto focale per più persone che potrebbero avere eccessive e pesanti aspettative nei suoi confronti, bloccandolo nel suo <strong>cammino verso l’autonomia</strong>.</p>
<p>Ogni partner deve ridefinire i propri spazi e le proprie funzioni in modo da crearne altri per il neonato; deve ridimensionare la propria vita personale e sociale in funzione degli orari e delle esigenze del bambino, adattare a lui i propri ritmi di vita, organizzare una divisione del ménage domestico, organizzare il tempo libero e i rapporti sociali e ridefinire l’impegno lavorativo.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, neo genitori dovranno imparare a prendersi del tempo per loro stesse e per il/la loro compagno/a, non vivendolo con senso di colpa ma come investimento per il benessere individuale, di coppia e familiare. La coppia dovrà anche <strong>recuperare nel tempo i suoi spazi</strong>, ad esempio uscendo senza il bambino, tenendosi una sera a settimana per uscire con gli amici e programmando qualche weekend nell’arco dell’anno per stare da soli.</p>
<p>Assolvere questi semplici consigli sembra banale e facile ma non lo è!</p>
<p>Gran parte delle coppie dopo la nascita del primo figlio si separa, spesso perché si pretende da se stessi e dall’altro qualcosa di automatico e immediato.<br />
Quando si diventa genitori bisogna re-imparare diverse cose su se stessi e sulla coppia ed é importante ricordare quattro parole d’ordine: <strong>amarsi, parlarsi, aiutarsi e sostenersi</strong>.</p>
<p>Pertanto é necessario del tempo affinché si trovino nuovi equilibri attraverso il sostegno reciproco della coppia e, nel caso ci fossero disagi, non procrastinare ma avere il coraggio di parlarne con un esperto in grado di aiutarvi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’IMPORTANZA DEI GENITORI DEI GENITORI!</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-369 size-medium" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image2-297x300.jpeg" alt="Genitori famiglia" width="297" height="300" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image2-297x300.jpeg 297w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image2-1015x1024.jpeg 1015w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image2-600x605.jpeg 600w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image2.jpeg 1289w" sizes="auto, (max-width: 297px) 100vw, 297px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto ciò ha esito positivo soltanto se ciascun membro della coppia ha stabilito con il partner una relazione fondata <b>sull’intimità e sull’empatia</b> ed ha raggiunto un <b>buon grado di differenziazione e svincolo dalle proprie famiglie di origine.</b></p>
<p>Nella costruzione della relazione genitoriale ciascuno dei due genitori inevitabilmente farà i conti con la propria storia passata, con il suo essere stato figlio e con il tipo di <i><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attaccamento" target="_blank" rel="noopener noreferrer">attaccamento</a></i> e relazione che ha stabilito a sua volta con i propri genitori.</p>
<p>Un genitore che da bambino ha potuto contare su legami di <i>attaccamento stabili e sicur</i>i sarà in grado più facilmente di riportare queste stesse modalità relazionali con i figli. Al contrario di colui che, avendo vissuto relazioni <i>evitanti,</i> sarà meno predisposto ad esprimere le proprie emozioni e a entrare in contatto con i bisogni affettivo-emotivi del figlio.</p>
<p>Inoltre una <strong>buona relazione della coppia genitoriale </strong>è molto importante per l’educazione e la socializzazione dei figli e per il loro sviluppo emotivo.</p>
<p>I genitori dovrebbero essere in grado di fornire al bambino fin dalla nascita quell’affetto e quelle cure che lo renderanno sicuro nelle relazioni future e nell’esplorazione dell’ambiente. Faciliteranno così lo sviluppo di un’immagine di sé degna di amore e attenzione.</p>
<p>I genitori devono imparare ad essere per il bambino una<strong> guida</strong> e allo stesso tempo <strong>stimolare l’esplorazione</strong> verso l&#8217;esterno in base alle caratteristiche e esigenze del loro bambino, rimanendo per lui una base sicura a cui ricorrere nei momenti di difficoltà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PICCOLI ACCORGIMENTI PER GRANDI RISULTATI!</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-370 size-medium" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image3-300x279.jpeg" alt="Consigli" width="300" height="279" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image3-300x279.jpeg 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image3-1024x952.jpeg 1024w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image3-600x558.jpeg 600w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/image3.jpeg 1177w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In seguito alla nascita del proprio figlio, la coppia<strong> </strong>deve quindi trovare <strong>nuovi modi di comunicare</strong> e gestire i conflitti, e <strong>acquisire nuovi strumenti e risorse</strong> per un adeguato rapporto col partner: <strong>pazienza, ascolto, comprensione e comunicazione </strong>sono le vie maestre per arrivare alla meta!</p>
<p>Ciò non è semplice, e in questo non aiutano la stanchezza e la tensione ma è bene ricordarsi che serve tempo, è bene darsi del tempo e non pretendere da sè stessi e dal partner l&#8217;impossibile.</p>
<p>L&#8217;importante non è essere d’accordo su tutto ma discutere in modo costruttivo, trovando così nuove opportunità di compromesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna <b>dare e darsi </b>la possibilità di:</p>
<ul>
<li>stare nel cambiamento, di sbagliare, senza giudizi e recriminazioni</li>
<li>non recriminare ma chiedere</li>
<li>non esigere ma domandare</li>
<li>non pretendere ma comunicare</li>
<li>non isolarsi e caricarsi ma condividere e partecipare…perché <strong>FIGLI SI NASCE ma GENITORI SI DIVENTA!</strong></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-341 size-medium" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/nascita-di-un-figlio-foto-300x199.jpg" alt="nascita-di-un-figlio-foto" width="300" height="199" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/nascita-di-un-figlio-foto-300x199.jpg 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/10/nascita-di-un-figlio-foto.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LETTURE CONSIGLIATE</h3>
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<p>L'articolo <a href="https://angelapellegrino.it/da-due-a-trenascita-del-primo-figlio/">Da due a tre: nascita del primo figlio</a> proviene da <a href="https://angelapellegrino.it">Dr.ssa Angela Pellegrino</a>.</p>
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		<title>Perché lo psicologo fa paura? Pregiudizi e credenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2015 10:43:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Consigliate per homepage]]></category>
		<category><![CDATA[paure]]></category>
		<category><![CDATA[pregiudizi]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante gli anni siano passati e la cultura psicologica continui a crescere, a svilupparsi e a rendere manifesti i suoi benefici, ancora oggi troppo spesso si sente dire “No, io allo psicologo non ci credo! Sono mica matto per andare dallo psicologo!” Mi sono interrogata sul perché lo psicologo e...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/perche-lo-psicologo-fa-paura-pregiudizi-e-credenze/">Continua a leggere</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante gli anni siano passati e la cultura psicologica continui a crescere, a svilupparsi e a rendere manifesti i suoi benefici, ancora oggi troppo spesso si sente dire</p>
<h3><em>“No, io allo psicologo non ci credo! Sono mica matto per andare dallo psicologo!”</em></h3>
<p>Mi sono interrogata sul perché lo psicologo e il farsi aiutare in genere faccia spesso paura, e come mai esistano così tanti pregiudizi e credenze erronee in merito.</p>
<p>Sono nata e ho trascorso la mia adolescenza in un paese della Sicilia, facendo spesso i conti con i <strong>pregiudizi e la diffidenza</strong> nei confronti del <em>diverso — </em>talvolta confondendo una debolezza umana con patologie mentali — e con il senso di colpa e vergogna da parte di chi <em>diverso,</em> a sua volta, si sentiva o lo era divenendo vittima di questi pregiudizi e false credenze spesso troppo forti da sradicare.</p>
<p>L’essermi formata e l’operare tutti i giorni a in una città grande come Roma di certo mi ha permesso di fare i conti con una <strong>realtà e una visione più aperta</strong> e “normalizzante” verso chiunque senta e viva una difficoltà e chieda il sostegno di un professionista, per rispondere e superare il proprio specifico problema.</p>
<p>Niente di più normale e sano, ma ancora non sempre così semplice e automatico.</p>
<p>Infatti, mentre non esitiamo affatto a richiedere un consulto specialistico per una problematica dermatologica, un mal di denti, una fisioterapia, una visita ginecologica, ecc. e a pagare profumatamente per questo, andare dallo psicologo per un disagio psicologico o nel modo di vivere resta ancora un gradino scomodo da superare, un lusso che solo alcuni possono permettersi o uno specialista indicato solo per coloro che vengono etichettati come pazzi.</p>
<p>La concezione che si ha all’estero e in particolare negli USA del terapeuta come sostegno nelle difficoltà ma anche come coach per la propria vita e per il benessere psicologico, di certo in Italia è ancora molto lontana.</p>
<p>Questa chiusura è legata a diverse credenze e pregiudizi che portano a considerare la psicoterapia come qualcosa di affascinante ma che appartiene per lo più ai film.</p>
<p>Ad alimentare la chiusura, spesso, è la ancora forte confusione che si fa tra i vari professionisti nel campo: lo psichiatra, psicologo e psicoterapeuta hanno formazioni e percorsi professionali differenti e si occupano di cose diverse ma possono lavorare insieme.</p>
<p>Questa confusione non fa altro che alimentare stereotipi e paure che la psicologia si porta con sé da tanto tempo ma che non appartengono alla realtà.</p>
<p><strong>Lo psicologo così spesso finisce per far paura: è percepito come una figura ambigua, come qualcuno che ci legge nel pensiero, ci studia e analizza anche soltanto attraverso un minimo movimento corporeo!</strong></p>
<p>Le cose in realtà stanno diversamente.</p>
<p>E allora cosa si nasconde dietro questi e altri pregiudizi? Quale infida catena di credenze condizionate dall’ambiente ha influenzato e alimenta tutto questo?</p>
<p>Vediamo insieme quali sono <strong><em>i più comuni e popolari stereotipi e credenze contro la psicoterapia e la figura dello psicologo</em></strong> (certa che ognuno di voi ne abbia pensato almeno uno!):</p>
<h3><strong>1 &#8211; “Io non ho problemi, sono gli altri che li hanno!”</strong></h3>
<p>In linea di massima identifichiamo come pazzi tutti coloro che ragionano diversamente da come ragioniamo noi, che fanno cose che noi non faremmo mai e pensano cose che noi non penseremmo mai.</p>
<p>Poi, quando il comportamento di questi “pazzi” va a nostro danno, riteniamo che siano loro a dover modificare il loro comportamento e non noi come se, inoltre, chiedere aiuto per “tutelarci” fosse quasi una ulteriore beffa.</p>
<p>E, ancora, come se aver bisogno di aiuto per affrontare dei problemi equivalesse a esser matto e non chiederne annullasse magicamente tutte le difficoltà.</p>
<p><strong>Ma chi è che dovrebbe chiedere aiuto? </strong>Colui che trova giovamento dai danni inflitti o il danneggiato?</p>
<p>La verità è che dovrebbe sentirsi libero di chiedere aiuto <strong>chiunque senta e viva un momento, una fase o una situazione di stallo e/o difficoltà, o anche chiunque senta la voglia/esigenza di conoscersi meglio e mettere a frutto le proprie risorse al meglio.</strong></p>
<p>Imparare a gestire e tutelarci dai comportamenti degli altri, capire come noi siamo delle volte capaci di innescare determinati comportamenti, in modo spesso inconsapevole, è un aspetto fondamentale per il nostro benessere.</p>
<p>Non possiamo aspettare che siano gli altri a cambiare perché, seppure fosse, di <em>altri </em>ce ne saranno sempre di nuovi! E, in fin dei conti, le persone si comportano con noi come noi le educhiamo a comportarsi, attraverso dei messaggi consapevoli.</p>
<h3><strong>2 &#8211; “Ce la faccio da solo, chiedere aiuto vuol dire arrendersi ed essere sconfitti”</strong></h3>
<p>Quando si ha una difficoltà o un problema, provare a trovare una soluzione da soli va benissimo ma, in caso di fallimenti ripetuti, intestardirsi diventa patologico oltre a generare stalli emotivi e comportamenti che non fanno altro che peggiorare e cronicizzarsi nel tempo.</p>
<p>Questo probabilmente è ancora più accentuato ai giorni nostri ed è il frutto malato del concetto megalomane e falso del self-made-man, protagonista della <em>nostra epoca fatta di grandi uomini ma di carattere mediocre</em> (Dalai Lama).</p>
<p>E’ come se riconoscersi in toto, vedere le proprie risorse e difficoltà e chiedere aiuto per risolvere e fare risorsa di quest’ultime decretasse automaticamente il titolo di essere “mezzi uomini o mezze donne”.</p>
<p>E sarà forse per questo che la maggior parte delle persone che si rivolgono ad uno psicologo sono donne? Non di certo perché siano più “malate”, tutt’altro; è soprattutto perché la presunta debolezza e fragilità sono tratti culturalmente considerati e leciti per le femminili (nel senso che le donne possono permettersi di esprimerli).</p>
<p>Ci sono anche coloro che hanno sempre risolto da soli i loro problemi e che non capiscono perché “all’improvviso” non ci riescono più, non capiscono perché non ce la fanno più a controllare tutto. In altre parole, per queste persone chiedere aiuto a uno psicologo vuol dire scendere a patti con il proprio <strong>narcisismo </strong>e il desiderio di autosufficienza: chiedere aiuto è un attacco alla loro <strong>autostima.</strong></p>
<p><strong>Le cose stanno diversamente: la vera forza sta proprio nel dichiarare le proprie fragilità in primis a se stessi e non avere timore di mostrarsi con tutte le parti di sé; questo è anche il primo passo per rendere delle fragilità dei punti di forza e di orgoglio.</strong></p>
<p>Queste persone dimenticano però che abbiamo tutti bisogno degli altri, per condividere gioie e sofferenze: come diceva Virginia Woolf, <em>la vita appassisce se non la si condivide con nessuno.</em></p>
<p>Il fai-da-te va bene come hobby quando si ha tempo a disposizione, ma spesso i risultati non sono proprio gli stessi di quelli ottenuti dai professionisti.</p>
<p>In ultimo, ma non per importanza, perché farcela da soli per prove ed errori con molto tempo e molta fatica rischiando di cronicizzare dei problemi se esiste una strada che accelera il percorso fino alla meta attraverso la guida sicura di un esperto?</p>
<p><strong>Il merito sarà sempre di chi avrà compiuto i passi</strong>.</p>
<p>Infatti, a differenza di altre problematiche completamente delegabili, <strong>le difficoltà psicologiche si possono superare solo in prima persona, nessuno può farlo al posto nostro.</strong></p>
<p>Accettata di buon grado l’idea di un possibile aiuto esterno, rimane l’idea che forse tanto veloce non sarà perché si pensa che…</p>
<h3><strong>3 &#8211; “…andare dallo psicologo vuol dire intraprendere un percorso lungo anni, faticoso e tortuoso senza fine”</strong></h3>
<p>Questo modo di pensare ha tratto grande ispirazione dalla divulgazione e, in alcuni casi dalla distorsione, di alcune dei presupposti della psicoanalisi degli esordi del ‘900, spesso nel tempo enfatizzati e stereotipati anche dall’ambiente cinematografico.</p>
<p>Vero è che qualche approccio psicologico condivide i presupposti psicoanalitici (ovviamente evoluti rispetto alla psicoanalisi di Freud) ma esistono una molteplicità di approcci terapeutici “a termine” con una programmazione ben delineata e breve nelle tempistiche per il raggiungimento dei risultati concordati con il paziente.</p>
<p>Nessun reale e duraturo cambiamento può essere immediato e la scusa del tempo spesso è una resistenza. Per alcuni è difficile chiedere aiuto a uno psicologo perché pensano che ne diventeranno dipendenti e incapaci di decidere alcunché senza consultarlo.</p>
<p>Diversamente, <strong>uno psicologo aiuta la persona a mettere a frutto tutte le risorse che possiede e che forse ignora, spingendola quindi verso l’autonomia.</strong></p>
<p>Seppure si accetti che essere aiutati non sia in sé per sé una sconfitta e che possa essere una via più rapida rimane da pensare che&#8230;</p>
<h3><strong>4 &#8211; “…rivolgersi allo psicologo è per disperati e sfigati”</strong></h3>
<p>Lo psicologo privato attualmente è un servizio principalmente “per privilegiati e persone evolute”. Solitamente è richiesto a livello privato da persone per la maggioranza dei casi di livello culturale medio/alto e principalmente per una differenza di mentalità e approccio rispetto alla vita; ma la difficoltà spesso annebbia e blocca anche le risorse.</p>
<p>Pensiamo anche che la possibilità di essere realmente “sfigati” in una specifica area della vita (ad esempio le relazioni sentimentali) non voglia dire che non si abbiano aree di eccellenza.</p>
<p>Inoltre, nella mia esperienza professionale, la sensibilità e l’intelligenza delle persone che richiedono una relazione di aiuto, è decisamente sopra la media. Sono coloro che hanno la capacità e l’apertura di poter interrogarsi, riconoscere limiti e chiedere aiuto per superarli, per amore del proprio benessere e felicità.</p>
<p>Semmai disperati e sfigati lo si diventa e lo si rimane proprio perché non ci si fa aiutare da chi è specializzato tecnicamente nella problematica nella quale si è coinvolti e dalla quale non si riesce ad uscire.</p>
<p>Tuttavia si può essere ancora resistenti e avere le idee poco chiare sulla gravità del problema che “serve per arrivare dallo psicologo” pensando che….</p>
<h3><strong>5 &#8211; “…per andare dallo psicologo bisogna essere matti o incapaci di intendere e di volere”</strong></h3>
<p>Esordiamo affermando un semplice dato di fatto: coloro che hanno patologie psichiatriche gravi spesso non sono in grado di riconoscere la propria patologia e il loro bisogno di aiuto e coloro che non sono capaci di intendere e di volere, di certo non potrebbero decidere di andare dallo psicologo per migliorare la propria qualità di vita!</p>
<p>Questo pregiudizio è probabilmente il più antico e radicato e, oggi probabilmente, è proprio per questo tipo di pensiero irrealistico che alcuni arrivano dallo psicologo quando ormai non hanno scelta, “portati di forza”.</p>
<p>Infatti <strong>una difficoltà non gestita adeguatamente si trasforma in un problema, e un problema non affrontato a lungo termine può sfociare in una patologia conclamata</strong>.</p>
<p><strong>In base alla precocità o meno dell’intervento, si modificherà il livello di facilità dell’intervento stesso, la riduzione del danno e delle conseguenze negative, effetto del cattivo trattamento o dell’aver ignorato la difficoltà iniziale. </strong></p>
<p>E va bene, siamo convinti ad andare da uno psicologo, ma poi&#8230;</p>
<h3><strong>6 &#8211; “…se vado dallo psicologo mi dovrò aprire completamente”</strong></h3>
<p>Questa credenza ha radice probabilmente a partire dal retaggio della religione cristiana.</p>
<p>E’ legata all’idea del confessore a cui raccontare le proprie colpe e miserie per avere il perdono, dopo aver espiato pagando con qualche forma di sacrificio!</p>
<p>Inoltre è ancorata al pensiero, senza fondamenta, secondo il quale per poter intervenire efficacemente su un problema complesso sia richiesta una conoscenza completa e profonda di tutta la storia di un individuo nei dettagli, specie se più morbosi.</p>
<p>Se confondere l’intervento di uno psicologo con quello di un prete non fa giustizia a entrambe le categorie, la seconda idea è altrettanto pericolosa in quanto irrealistica e non utile: non è necessaria una sfilza dettagliata di eventi e informazioni, bensì saranno terapeuta e paziente a decidere insieme cosa toccare e cosa no per capire meglio la direzione da prendere per raggiungere la meta.</p>
<p>Basti pensare che ogni individuo è una persona articolata e complessa, e anche volendo, non sarà mai possibile (ne tanto meno utile allo sviluppo di sé) conoscere tutto di questa… non è questo il senso della terapia!</p>
<p>Inoltre sarà sempre la persona a poter decidere cosa dire o non dire in base al grado di fiducia che il professionista sarà stato capace di costruire, e ciò che si tratterà sarà funzionale alla difficoltà portata e all’obiettivo prefissato nella relazione terapeutica.</p>
<h3><strong>7 &#8211; “ Non sarò più spontaneo”</strong></h3>
<p>Un’altra spaventosa idea è il mito costruito attorno all’idea della spontaneità.</p>
<p>Accettare questa idea, senza definire cosa esattamente sia la spontaneità, sarebbe come dire che se sono “spontaneamente” malato e sofferente è preferibile rispetto all’essere sano e felice ma non più spontaneo!</p>
<p>Ecco che questa idea crolla di colpo. Inoltre, un punto del percorso terapeutico è quello di aiutare l’individuo a sentirsi a suo agio e comodo con se stesso, la sua vita e il mondo circostante.</p>
<p>Questa falsa credenza nasconde anche il <strong>presupposto falso che si venga spinti in terapia a cambiare aspetti della propria personalità che non si desidera modificare</strong>.</p>
<p><strong>Nessun terapeuta sarà mai in grado di farvi diventare un’altra persona, se non aiutarvi ad esprimere meglio quello che siete già.</strong></p>
<p>Va bene, sarò sempre me stesso, ma potrei andare per una difficoltà che ritengo da poco e…</p>
<h3><strong>8 &#8211; “…se vado dallo psicologo potrei scoprire di avere molti più problemi di quelli che penso”</strong></h3>
<p>Se ragionassimo nei termini di una definizione chiara del funzionamento di un problema che vi trovate ad affrontare, le cose penso cambierebbero parecchio.</p>
<p>In ogni caso, se avete una difficoltà, allora mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non sarebbe di grande aiuto comunque, ma anzi vi impedirebbe di sapere che cosa potreste farci.</p>
<p>Anche in questo caso per la paura di essere giudicati e considerati &#8220;problematici&#8221; o &#8220;pazzi&#8221; (qualsiasi significato attribuiate a queste parole), si farebbe finta di niente di fronte ad un problema e a potenziali aree di miglioramento, lasciando maturare un problema o permettendo ad una possibile incapacità di dilagare in una falla enorme.</p>
<p><strong>Un individuo è libero di sentire e scegliere cosa vuole e/o è in grado di affrontare e migliorare e, ovviamente, se una persona si sente bene, l’unico motivo per rivolgersi ad uno specialista sarebbe quello di raggiungere traguardi più elevati che lo aiuterebbero ad evitare la trappola oscura dell’autocompiacimento.</strong></p>
<p>Ma in fondo si potrebbe preferire di non migliorare, perché non c’è niente di peggio che…</p>
<h3><strong>9 &#8211; “Aiuto, adesso vengo psicanalizzato ( = vivisezionato!)”</strong></h3>
<p>Questa credenza rimanda al concetto di etichetta “malato-sano” e stereotipi e pregiudizi legati alla psicoterapia e alla figura del terapeuta.</p>
<p>Basti pensare alla vita di tutti i giorni; vi sarà capitato di aver incontrato uno psicologo o psicoterapeuta e non appena lo si viene a sapere si viene travolti da un turbine di tensione che irrigidisce e terrorizza, dal pensiero che ogni cosa diciate egli vi stia analizzando e giudicando alla ricerca di problemi patologici e colpe.</p>
<p>Non di rado, mi è capitato in prima persona e in vari e diversi contesti di sentirmi dire:</p>
<p><em>«Mi sta psicoanalizzando? Mi legge nel pensiero? State attenti a come vi muovete e quello che dite che c’è uno psicologo tra noi!»</em></p>
<p>Un misto di fantasie tra il magico, mistico e soprannaturale, ovviamente nessuna delle quali lontanamente paragonabili alle abilità e competenze di un professionista in merito.</p>
<ul>
<li>In primo luogo bisogna dire che il termine “psicanalizzare” si riferisce al metodo della psicanalisi ed è inappropriato per tutti gli altri approcci psicologici</li>
<li>In secondo luogo, sarete d’accordo con me sul fatto che sia inevitabile interpretare gli altri, tutti lo facciamo attraverso le particolari lenti della nostra esperienza, senza essere dei professionisti.</li>
</ul>
<p><strong>Il compito specifico dello psicologo — quando è nel suo studio e in contesto professionale e non per strada — non è quello di giudicare ed emanare sentenze, o applicare espedienti sovrannaturali, bensì quello di aiutare le persone a conoscersi davvero attraverso la competenza e relazione terapeutica (e non secondo formule rigide e modi invariati applicabili a tutte le persone e contesti); aiutare l’individuo a scoprire se stesso — non solo attraverso comportamenti scindibili, ma nel funzionamento globale della propria persona — e a superare difficoltà e problemi, al fine di migliorarsi e vivere meglio.</strong></p>
<p>La formazione e l’empatia dello psicologo hanno un valore decisamente più profondo e professionale della “persona con cui si può parlare più facilmente”.</p>
<p>Inoltre, i limiti di comprensione, tolleranza e rispetto dei pensieri e comportamenti giudicati “strani” all&#8217;esterno, nello spazio terapeutico e grazie all’alleanza terapeutica sono molto più ampi rispetto a quelli della maggior parte delle persone; vengono accolti con cura, rispettati e utilizzati insieme alla persona che li porta, al fine della propria e più profonda conoscenza.</p>
<p>Se proprio dovete preoccuparvi, fatelo più del giudizio delle persone a voi vicine e di come questo spesso passi da un comportamento specifico al giudizio complessivo sulla persona, non finalizzato alla vostra crescita, ma a tutt’altro!</p>
<p>Bene, superato il rischio di essere giudicati rimane però il fatto che…</p>
<h3><strong>10 &#8211; “…potrei essere manipolato contro la mia volontà”</strong></h3>
<p>Questa idea che conferisce magicamente il potere supremo al terapeuta, in parte, è ragionevole. Poiché se si subisce acriticamente l’influenza di una persona che ha l’autorità per dare indicazioni senza che ci si senta in grado di opporsi, il rischio di manipolazione è reale.</p>
<p>Per tutelarsi da questa possibilità la soluzione è di essere informati sul funzionamento della terapia e chiarire fin dal primo incontro le regole della terapia stessa, lasciandosi la possibilità di sentirsi liberi di esprimere pensieri, dubbi e perplessità su ciò che non viene compreso pienamente o accettato.</p>
<p>Anche la stessa possibilità di imparare ad essere più fermi nelle proprie posizioni, essere più chiari, raggiungere i propri obiettivi, essere più efficienti e assertivi, è ciò che fa parte del percorso di miglioramento di se stessi, in cui lo psicologo è lo specialista adatto nel guidarvi.</p>
<p>A questo punto, superati tutti questi timori ed eliminati i pregiudizi personali, potrebbe rimanere il fatto che…</p>
<h3><strong>11 &#8211; “…se vado dallo psicologo gli altri penseranno che sono matto”</strong></h3>
<p><strong>Lo stigma sociale è un prodotto del proprio pregiudizio sommato con quello delle altre persone</strong> che ci credono e che poi magari, a loro volta, vanno dallo psicologo senza dichiararlo.</p>
<p>Ma se voi, andando da uno psicologo, vi scopriste a sentirvi meglio, più sicuri, più sereni, consapevoli e in controllo, più gioviali, più leggeri e con un problema in meno… forse gli altri penserebbero che non siete poi così matti a fare ciò.</p>
<p><strong>Invece di nascondere sotto il materasso i personali turbamenti facendo come se non ci fossero, forse andare dallo psicologo potrebbe essere lentamente considerata una pratica altrettanto salutare e quotidiana per trovare soluzione alle proprie difficoltà, alle inevitabili conflittualità psicologiche e relazionali, come è ritenuto salutare e normale andare in palestra, alle terme, da un’estetista o da un medico per le nostre altre esigenze e/o problemi.</strong></p>
<p>Inoltre chiunque sia visto da un punto di vista diverso dal nostro potrebbe essere considerato &#8220;matto&#8221; proprio perché vive secondo modalità che sono diverse dalle nostre e che non comprendiamo.</p>
<p><strong>Anche liberarsi dal peso del giudizio altrui (come il fregarsene di essere considerati qualcosa che non si è) sarebbe sicuramente un obiettivo interessante su cui lavorare.</strong></p>
<p>Va bene, ma forse nonostante tutto il risultato che mi piacerebbe ottenere è un obiettivo impossibile perché…</p>
<h3><strong>12 &#8211; &#8220;…io sono fatto così. Cambiare è impossibile! La personalità è un fattore ereditario”</strong></h3>
<p>Innanzitutto la personalità è un insieme di tratti distintivi, stili e schemi di comportamento che costituiscono il carattere o l’individualità di una persona e che si sviluppa ed è influenzata da diversi fattori: ambientali, genetici, culturali, sociali, etc. per cui sicuramente plasmabile (in modo diverso, a seconda delle fasi dello sviluppo e delle componenti specifiche).</p>
<p>E, inoltre, va specificato che la personalità è una cosa, mentre i comportamenti abituali, il modo di agire in determinate occasioni, le difficoltà emotive/psicologiche/percettive sono altro.</p>
<p>Non si fa di certo una psicoterapia per cambiare personalità o diventare qualcun altro.</p>
<p><strong>Si intraprende un percorso terapeutico per conoscere e migliorare se stessi, per convivere in maniera più funzionale con se stessi e con gli altri e vivere meglio.</strong></p>
<p><strong> </strong>C’è chi ha paura di andare da uno psicologo perché è convinto che per i suoi problemi non ci sia soluzione e non sia proprio possibile che le cose vadano meglio. Questo pessimismo può però nascondere altro, ad esempio <strong>la paura di cambiare o la sensazione di non avere diritto a ricevere aiuto.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-313 size-full" src="http://pellegrotta.local/wp-content/uploads/2015/05/aiuto.png" alt="aiuto" width="300" height="300" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/05/aiuto.png 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/05/aiuto-150x150.png 150w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La paura di cambiare è un aspetto che può sembrare paradossale perché, si pensa, se uno va da uno psicologo lo fa proprio per questo, per cambiare.</p>
<p>Alcune persone si spaventano dinanzi all’eventualità di un cambiamento anche se si tratta di modificare modi di essere che le fanno star male e preferiscono pensare che dovrebbero essere gli altri a cambiare, non loro.</p>
<p>Queste persone dimenticano o ignorano che, in questo processo di trasformazione, non saranno da sole e lo psicologo starà loro accanto e le sosterrà.</p>
<p>Il cambiamento che è inevitabile in un percorso di miglioramento, va canalizzato nella giusta direzione.</p>
<p><strong>Spesso gli obiettivi terapeutici non riguardano la personalità ma specifiche problematiche che impediscono di vivere pienamente la vita in modo sereno ed evolutivo.</strong></p>
<p>E, inoltre, parlando anche di fattori immodificabili, un altro obiettivo resta quello di costruire un buon rapporto con ciò che è immodificabile in noi.</p>
<p>Chi ha malattie croniche, difetti fisici non modificabili, aspetti del carattere troppo strutturati, nel tempo può imparare a guardare e modificare le sue valutazioni e prospettive su qualcosa che è un <strong>dato di fatto e non di essere</strong>, per vedere da una prospettiva diversa, più proficua e salutare.</p>
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		<title>L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;Apparire &#8211; Selfie!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 10:24:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non farti tanto grande, non sei così piccolo”, recita un detto popolare la cui saggezza è innegabile. L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere oggi si è trasformata nell&#8217;insostenibile leggerezza di apparire, per la pesante paura di essere e mostrarsi per ciò che si è veramente! Il bisogno di conferma del proprio valore è...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/linsostenibile-leggerezza-dellapparire-selfie/">Continua a leggere</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Non farti tanto grande, non sei così piccolo”, recita un detto popolare la cui saggezza è innegabile.</p>
<p><strong>L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere oggi si è trasformata nell&#8217;insostenibile leggerezza di apparire, per la pesante paura di essere e mostrarsi per ciò che si è veramente!</strong></p>
<p>Il bisogno di conferma del proprio valore è insito nell’essere umano e la formazione di chi siamo avviene attraverso un processo graduale, dove la conoscenza del mondo si combina con il rispecchiamento sociale che continuamente ci rimandata l’immagine esterna che gli altri, lo specchio, hanno di noi.</p>
<p>Spesso però l’immagine che rimandiamo agli altri non è reale ma lo facciamo anche a discapito della nostra autenticità pur di avere la tanto desiderata approvazione altrui. Quello di cui parlava Pirandello un secolo fa, sembra essere il problema del nostro tempo: Essere e Apparire.</p>
<p>Abbiamo creato social di ogni genere per &#8220;esserci&#8221;, coniato nuove parole come “<strong>Selfie</strong>” (autoscatto) che è stata ormai inserita nell’Oxford Dictionary. Questo a sancire una contemporaneità che, non solo ha trovato nella tecnologia il mezzo per oltrepassare limiti ma ne sta pagando un prezzo alto: con il riempiere i vuoti esistenziali con l’oggetto tecnologico, con il culto del virtuale per mascherare fragilità identitarie che rendono insostenibile l’incontro con l’Altro; con l’autofabbricazione della propria immagine ideale grazie ai trucchi di Photoshop o in generale all’alterazione della realtà in ogni modo e forma a propria disposizione.</p>
<p>Chi di noi non ha mai fatto un Selfie?</p>
<p>Non è di certo questo preoccupante bensì gli svariati utilizzi dei Selfie (dal puro narcisismo, unicamente per avere apparizioni oppure per trasmettere un messaggi in rete) hanno fatto si che <em>il fenomeno raggiungesse dimensioni e frequenze spaventose</em>, tale da richiamare l’attenzione degli studiosi in ambito psicologico.</p>
<p>Per capire a quale bisogno e a cosa risponde il desiderio dell&#8217;individuo di farne un uso frequente, sono stati approntati degli studi su questo fenomeno, in ambito psicologico e sociale, per chiarire se il Selfie sia un disturbo o meno.</p>
<p>Secondo uno <em>studio da parte della American Psychiatric Association</em> chi ha la <strong>mania del selfie</strong> soffre di un disturbo mentale: mancanza di autostima e lacune nella propria intimità. È questa la tesi proposta dall&#8217;associazione nei confronti di chi passa il tempo a farsi autoscatti per poi condividerli sui vari social network. Il disturbo ha trovato anche un nome: il <strong>selfitis,</strong> che tradotto in italiano potrebbe essere la &#8220;selfite&#8221;.</p>
<p>I medici che hanno effettuato la ricerca sostengono che gli amanti del selfie (con frequenze sopra la norma) soffrono di un <strong>desiderio <em>ossessivo-compulsivo</em> di realizzare fotografie di sé stesso</strong> per poi pubblicarle online <strong>per compensare la mancanza di autostima e anche per colmare lacune nella propria intimità.</strong></p>
<p>L’American Psychiatric Association ha pubblicato anche una griglia per valutare l’intensità del disturbo. I &#8216;selfitis borderline&#8217; sono coloro che si limitano a 3 selfie al giorno, che siano pubblicati o meno online. Sono, invece, selfitis cronici coloro che pubblicano più di 6 foto al giorno.</p>
<p>Dietro queste carenze, la preoccupazione è “la dipendenza dal giudizio degli altri e l’incapacità di intrattenere relazioni autentiche” e il rischio è quello di sviluppare un Falso Sè, grandioso e narcisistico, ma non autentico.</p>
<p>I giovani di oggi, i cosiddetti “Millennials” nati tra il 1980 e il 2000, scrive il Time costituiscono una generazione di narcisisti, la cosiddetta “<strong>Me Me Me Generation</strong>”. Lo affermano i dati di ricerca che rivelano una preoccupante incidenza del disturbo narcisistico di personalità tra i ventenni di oggi, con percentuali significativamente più alte se si effettua un confronto con la generazione precedente.</p>
<p>Se il selfie nasce come un mezzo divertente ed efficace per scattarsi foto, bisogna però tener conto di quanto sia forte il bisogno di mostrare e apparire, spesso migliori di ciò che si è.</p>
<p>Ricordare che la vita deve essere vissuta prima che osservata, da se stessi e dagli altri. Non possiamo vederci vivere dall’esterno, come quel povero <em>Fu Mattia Pascal</em> di pirandelliana memoria. Viviamo purtroppo in una società in cui tutto è coperto da fredde maschere che opprimono i veri sentimenti, che velano e <strong>nascondono ogni intima e singola sensazione che possa rendere diversa la persona e distinguerla dalla massa, anche per la sua vitale debolezza e non solo per la sua “spettacolarità”.</strong></p>
<h3></h3>
<h3>ESSERE O APPARIRE?</h3>
<p>Questo vale soprattutto per gli adolescenti che, come sappiamo, attraversano una fase delicata della loro vita, in cui iniziano a fatica a separarsi e differenziarsi dall’immagine avuta fino a quel momento e che deriva dal modo con cui si sono relazionati confrontati con i loro genitori e con le figure significative, per acquisire una propria identità autonoma e indipendente.</p>
<p><strong>Il pericolo maggiore è di essere condizionati e influenzati dal successo o meno della propria foto, ovvero dall’immagine e dell’apparenza che inviano al mondo e dalla risposta (in termini di like) e “approvazione” che ricevono dall’esterno.</strong></p>
<p>Ma come fare se si cresce nell’appiattimento della differenza generazionale da genitori-ragazzini che orientano la propria prassi educativa sul piano equiparabile dell’ “essere amici”, sul senso della “felicità” e visibilità ad ogni costo; siamo nell’epoca in cui non si riconosce l’altro per quello che è ma per quello che ha (alla domanda di <em>Fromm</em> “<em>Avere o Essere</em>?” oggi risponderemmo di certo Avere! O ancora meglio Apparire!), in cui non si teme l’autorità (che un insegnante non osi dare un brutto voto al figlio, altrimenti se la dovrà vedere con una mamma o con un papà sul piede di guerra), in cui il semplice è considerato banale e diventa interessante solo l’eccesso, un’epoca in cui si agisce più per mostrarsi e dare conferme agli altri che per la realizzazione e il benessere di se stessi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>UNO, NESSUNO E CENTOMILA</strong></h3>
<p><strong>La consapevolezza e l’identità di sé, vale a dire la capacità di riconoscersi come persone dotate di un’immagine di sé integra e coesa, capace di differenziare i propri sentimenti ed emozioni da quelle degli altri, rimanendo fedeli a se stessi, nonostante le critiche e perturbazioni esterne, è una conquista che richiede esercizio, impegno e costanza nel riuscire a non farsi condizionare eccessivamente dall’opinione altrui e ha poco a che fare con l’immagine parziale e spesso distorta che viene inviata all’esterno e attendiamo che ci ritorni indietro “approvata”.</strong></p>
<p>Quello che appare, infatti, non è quasi mai corrispondente al vero: ognuno di noi quando si relaziona agli altri, ma anche a se stesso, il più delle volte utilizza in maniera più o meno consapevole alcuni “strumenti” per rendere la migliore immagine di sé, accettabile e gradita con cui cerca di rendersi migliore rispetto a ciò che in realtà è. In questa <em>falsa onnipotenza</em> di poter controllare tutto, nell’impossibilità di incontrare il limite e la <em>sana frustrazione</em>, il rischio è di rimanere fissati alla propria immagine in una sorta di <em>rapimento auto-contemplativo e celebrativo</em> (non potendo reggere la ferita di un divieto, o di un rifiuto, o di un abbandono in quanto significherebbe la <em>disconferma</em> e <em>annientamento di se stessi</em>).</p>
<p><strong>Il rischio maggiore è di &#8220;vivere per gli altri&#8221;,</strong> di non essere in grado di cogliere ciò che li rende singolari, unici, perché nessuno li ha mai aiutati ad andare oltre il luccichio del placcato oro che è solo la pellicola che riveste la sostanza. Gli adolescenti sono spesso persi e confusi rispetto a quale sia il loro reale valore, personalità, il loro posto rispetto all’amore e nel mondo.</p>
<p>Non di rado sono depressi, nonostante tutto sia loro possibile e falsamente raggiungibile, anzi, proprio a causa di questo; la libertà garantita dall’immediata fruizione di oggetti di godimento più che dall’avvertire una propria amplifica il senso di vuoto, con se stessi e con il mondo circostante.</p>
<p><strong>L’altro rischia di esistere solo come loro riflesso; ed è proprio questa è la sua funzione: fare da specchio.</strong></p>
<p>Ciò accade non soltanto dal punto di vista esteriore, attraverso la “scelta” dell’immagine migliore con cui apparire e mostrarsi agli altri, ma soprattutto e in maniera più inconscia a livello psicologico e interiore: piuttosto che farsi vedere con le proprie fragilità, debolezze e difficoltà, si tende a mostrarsi invincibili, superiori e migliori anche ai propri familiari, agli amici più cari e con chi non giudica ma ama.</p>
<p>Insomma, il focus e l’importanza sembra essere quella di avere non una definita personalità ma un bel &#8220;<em>profilo</em>&#8221; social, una bella foto profilo al giorno che tolga &#8220;le cose pesanti&#8221; di torno!</p>
<p>Ci vuole leggerezza, dicono; non di certo la leggerezza piena che intendeva <em>Kundera</em> nella ricerca dell’equilibrio esistenziale tra l’evanescenza della vita e la necessità di trovare in essa un significato. Quanto, invece, questa leggerezza fatta di vuoti e apparenze presto risulterà loro insostenibile!</p>
<p>“<em>La facoltà d&#8217;illuderci che la realtà d&#8217;oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall&#8217;altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d&#8217;oggi é destinata a scoprire l&#8217;illusione domani</em> “ diceva Pirandello.</p>
<p><strong>Per cui non educhiamo i nostri figli alla ricchezza e al possesso, educhiamoli piuttosto alla semplicità e alla vera felicità, in modo tale che quando saranno grandi conosceranno il valore di ogni cosa e non il prezzo!</strong></p>
<p><strong>Apparire è vivere per gli altri, Essere è vivere per sé.</strong></p>
<p>Mi piace pensare, infine, che l’autoscatto migliore e in generale <strong>la migliore immagine di sé rimanga quella più vera</strong>, che magari non corrisponde per forza a quella in cui siamo “venuti meglio” (un po’ come quel naso difettoso ma reale e caratteristico del protagonista di Uno, Nessuno e Centomila) ma in cui appare un’emozione autentica e distintiva di quel singolo e irripetibile individuo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LETTURE CONSIGLIATE</h3>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="//rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?lt1=_blank&amp;bc1=000000&amp;IS2=1&amp;bg1=FFFFFF&amp;fc1=000000&amp;lc1=0000FF&amp;t=ttl08-21&amp;language=it_IT&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as4&amp;m=amazon&amp;f=ifr&amp;ref=as_ss_li_til&amp;asins=8815266348&amp;linkId=5819d1fada36e8c85457024b2fb8f361" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>Paura di volare e delle altezze &#8211; come affrontarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 10:45:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La paura del vuoto e di volare è una delle paure più comuni nella popolazione, infatti può succedere a tutti di fare l’esperienza di avvertire un forte senso di vuoto o vertigini, nel momento in cui ci si trova ad un’ altezza piuttosto elevata (per esempio in cima ad una montagna o anche semplicemente...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/paura-di-volare-e-delle-altezze/">Continua a leggere</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La paura del vuoto e di volare è una delle paure più comuni nella popolazione, infatti può succedere a tutti di fare l’esperienza di avvertire un forte <strong>senso di vuoto</strong> o <strong>vertigini</strong>, nel momento in cui ci si trova ad un’ <strong>altezza piuttosto elevata</strong> (per esempio in cima ad una montagna o anche semplicemente nei piani alti di un palazzo). Tutti i <strong>sintomi fisici</strong> che avvertiamo (tachicardia, tremori, capogiri, ecc), sono assolutamente “normali&#8221; poiché sono funzionali a <strong>proteggerci dai pericoli esterni;</strong><strong> </strong>in questo caso, dunque, la “leggera sensazione di paura” che proviamo ci aiuta ad <strong>evitare di cadere nel vuoto.</strong></p>
<p>Nel momento in cui, la <strong>leggera paura</strong><strong> </strong>diventa eccessiva e i sintomi fisici molto forti, al punto tale da creare <strong>sofferenza</strong> e <strong>disagio, </strong>è possibile parlare di <strong>acrofobia</strong>.</p>
<p>Per <strong>acrofobia</strong> si intende, infatti, la <strong>fobia</strong> vera e propria dell&#8217;altezza e di trovarsi, pertanto, in edifici alti. La persona, dunque, ha <strong>paura di cadere </strong>o teme di <strong>perdere il controllo</strong> di sé, di non potersi controllare e cadere nel vuoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>I SINTOMI</h3>
<p>I <strong>sintomi</strong> che accompagnano l&#8217;<strong>acrofobia, </strong>solitamente, sono: vertigini o capogiri, un fortissimo senso di vuoto, battito del cuore accelerato, mancanza di respiro fino ad arrivare a sensazione di svenire e a veri e propri attacchi di panico. Accanto a questi sintomi fisici, si accompagnano, talvolta, “immagini, fantasie di cadere e farsi male, ecc…”</p>
<p>La persona che soffre di <strong>acrofobia</strong> può arrivare, perfino a sperimentare quella che viene definita “<strong>ansia anticipatoria</strong>”, vale a dire, provare i sintomi appena descritti, semplicemente <strong>immaginando o anticipando mentalmente la situazione che più teme</strong> (immaginare di trovarsi in cima ad un palazzo, in una montagna ecc… ) e a partire da ciò, iniziare ad <strong>evitare</strong> puntualmente tutte le situazioni che potrebbero metterla in contatto con la propria<strong> </strong><strong>fobia</strong>. C’è chi, in casi estremi, per esempio, finisce con <strong>evitare</strong> perfino di <em>salire le scale</em>, <em>prendere gli ascensori</em> o <em>affacciarsi da balconi recintati, </em>anche ad altezze “medie”.</p>
<p>Nei casi in cui la persona non possa a fare a meno di evitare, è molto frequente che questa chieda a parenti, amici, di farsi accompagnare e affrontare con qualcuno la situazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>SIGNIFICATO</h3>
<p>In questo tipo di disagio centrale è il timore di non avere il controllo, che diventa terreno fertile per l’antipatica <strong>ansia</strong> e nei casi più gravi per la <strong>fobia</strong>.</p>
<p>E’ proprio il senso di vulnerabilità e di mancanza di poter controllare la situazione che accomuna le due paure e che ha a che fare a livello più profondo e antico.</p>
<p>L’utilizzo di questo meccanismo di difesa (l’evitamento) mette l’individuo affetto da questa fobia nella condizione di potersi muovere solo tramite il sostegno psicologico di un’altra persona oppure di “appoggiarsi” a taluni oggetti che assumono per lui un significato simbolico rassicurante. La conseguenza di questa condizione è che il suo spazio obiettivo risulterà sempre più ristretto e condizionante, organizzato e vincolato ad una planimetria “conosciuta e gestibile” e ad altri luoghi che egli suppone abbiano la possibilità di un “contenimento psichico”.</p>
<p>Da uno studio condotto da Russell Jackson della California State University di San Marcos è emersa l’ipotesi che l’acrofobia sarebbe causata da un’<em>errata percezione delle distanze verticali</em>. Tutti i soggetti impiegati nella ricerca (sia chi soffriva di acrofobia sia chi non ne soffriva), tendevano a sovrastimare l’altezza di una parete, sia che si trovassero nella posizione “a rischio” in cima ad un palazzo sia che fossero a terra. Il dato più interessante è rappresentato dal fatto che gli acrofobici incorrevano in una <em>sovrastima significativamente maggiore</em> rispetto ai non acrofobici, arrivando a giudicare il palazzo (dalla cima) quasi due volte più alto di quanto fosse in realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-medium wp-image-276 aligncenter" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/fobia-300x163.png" alt="fobia" width="300" height="163" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/fobia-300x163.png 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/fobia.png 325w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il problema è a questo punto capire in che direzione guardare al legame tra dispercezione e paura: è la paura che determina una sovrastima percettiva o è la sovrastima che fa insorgere una ragionevole paura?<br />
Secondo Jackson il fatto che la sovrastima sia presente anche nella condizione di sicurezza, nella quale il soggetto è saldamente ancorato a terra e non è in nessun modo in pericolo di cadere, suggerisce che sia l’anormale percezione della distanza a produrre la paura e non viceversa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>COSA FARE PER GESTIRLA?</h3>
<p>Per tentare di <strong>gestire al meglio la paura dell’altezza</strong>:</p>
<ol>
<li>È consigliabile, innanzitutto, cercare di entrare in un’<strong>ottica mentale ben precisa</strong>, vale a dire: &#8220;solo se affronto in prima persona le mie paure,  queste si ridimensionano&#8221;.  Se <strong>evitare</strong>, per esempio, sembra la soluzione giusta perché fa sentire “protetti”,  in realtà è proprio questa soluzione che contribuisce ad ingigantire la <strong>fobia</strong>.</li>
<li>A partire da questa premessa, potrebbe essere utile, <strong>procedere per micro-obiettivi. </strong>La persona, dunque, potrebbe <strong>avvicinarsi gradualmente alla propria paura </strong>”misurando&#8221;, di volta in volta, il suo limite di “sopportazione&#8221;; per esempio, potrebbe decidere di salire al primo piano di un palazzo, attendere un pò, soffermarsi su tutto ciò che le sta intorno, per poi tornare indietro. In seguito, la persona potrebbe decidere di compiere un ulteriore step, per cui la volta successiva, scegliere di salire al secondo piano, ecc…</li>
<li>Per i più “coraggiosi” esistono, invece,<strong>corsi</strong> in cui vengono simulate le arrampicate, all&#8217;interno delle quali, attraverso &#8220;personale qualificato&#8221;, si affrontano timori e paure.</li>
<li>E’ importante precisare che, nel momento in cui la <strong>fobia diventa eccessivamente invalidante,</strong> al punto tale da compromettere la vita quotidiana della persona, è consigliabile <strong>rivolgersi ad uno psicologo </strong>col quale intraprendere un percorso orientato alla comprensione del motivo sottostante la paura, a come questa fa parte della vita del soggetto e al superamento della <strong>fobia.</strong></li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: left;">LA PAURA DEL VUOTO E IL LEGAME CON LA PAURA DI VOLARE</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-medium wp-image-271 aligncenter" src="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/paura-di-volare-300x172.png" alt="paura di volare" width="300" height="172" srcset="https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/paura-di-volare-300x172.png 300w, https://angelapellegrino.it/wp-content/uploads/2015/04/paura-di-volare.png 481w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/paura_res-5b4dd076-9082-11e1-9b2f-d5ce3506d72e_%28Dizionario-di-Medicina%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">fobia del vuoto</a> </strong>spesso va a braccetto con quella del <strong>volo</strong>,  il perché è facilmente intuibile: <strong>volare significa essere sospesi nel vuoto</strong> e guardando dal finestrino la persona riesce a vedere solo il vuoto e di conseguenza a provare una paura disarmante.</p>
<p><strong>SOSPESI NEL VUOTO CI SENTIAMO VULNERABILI MA CON  UN PIZZICO DI RAZIONALITA’ POSSIAMO TORNARE CON I PIEDI PER TERRA!</strong></p>
<p>Il 60% degli Italiani ammette di aver<strong> </strong><strong>paura di volare</strong>, sia che lo faccia abitualmente sia che utilizzi l’aereo solo per rare occasioni di viaggio, arrivando nei casi più gravi a sentirsi impossibilitato ad affrontare la paura e a modificare le scelte delle proprie mete per evitare una forte sensazione di disagio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>COME GESTIRLA?</h3>
<p>Quanto alla cura, è necessario <strong>intervenire sulle cause</strong> che hanno generato la <strong>fobia del vuoto</strong>.</p>
<p>Ci sono però, alcuni <strong>piccoli trucchetti che possono aiutarci</strong> a superare il timore dell’aereo e/o delle altezze, o perlomeno a non lasciarci sopraffare dalla nostra paura!</p>
<ol>
<li>Per prima cosa <strong>conoscere ed informarsi</strong> può essere un’importante fonte di rassicurazione. Sapere ad esempio ciò che succede abitualmente in volo e a cosa sono dovuti i rumori, eviterà di creare preoccupazioni inutili o false credenze. Spesso l’ansia insorge da <strong>interpretazioni errate</strong> di eventi che in realtà sono del tutto normali, come lo schiacciamento alla poltrona del nostro corpo durante l’accelerazione del decollo, i forti rumori o i vuoti d’aria.</li>
<li>Un’altra strategia efficace per tenere sotto controllo l’ansia dell’aereo è quella di <strong>evitare bevande eccitanti o energizzanti </strong>nella giornata del volo, come thè e caffè, piuttosto prendersi qualche minuto per <strong>riposare e rilassarsi con tecniche di respirazione e rilassamento</strong>. Prepararsi per il volo cercando di <strong>pensare solo a cose positive</strong> relativamente all’arrivo, cercando di focalizzare l’attenzione su quello che ci attende allo sbarco.</li>
</ol>
<ol start="3">
<li><strong>Scegliere a posizione più comoda e congeniale a noi </strong>sull’aereo è un altro metodo che agevolerà notevolmente il viaggio, come ad esempio richiedere i posti vicino alle uscite di emergenza, più comodi e più spaziosi o magari lontano dal finestrino per non avere la tentazione di guardare sotto.</li>
<li>Durante il viaggio può essere molto utile <strong>cercare di distrarsi.</strong> Chiacchierare con chi abbiamo seduto a fianco, scrivere, leggere. Ascoltare musica o vedere film permetterà, inoltre, di sfruttare l’alto volume delle cuffie audio per non sentire i frastuoni tipici del volo.</li>
<li>Intorno a noi ci saranno persone serene e altre preoccupate, <strong>manteniamo  l’attenzione sulle immagini positive:</strong> ad esempio chi ride, chi dorme o è tranquillo e a suo agio. Le assistenti di volo, sempre molto solari, possono essere  un’ottima fonte di sostegno e rassicurazione:  se sentiamo il bisogno di fare loro domande  non esitiamo, ci aiuteranno a <strong>razionalizzare ogni nostra creativa interpretazione. </strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<h3>COME AFFRONTARE E SUPERARE LA FOBIA DEL VUOTO?</h3>
<p>Tutte queste <strong>soluzioni possono essere d&#8217;aiuto, ma non sono risolutive</strong>, perché permettono di affrontare i singoli viaggi o episodi ma non portano alla scomparsa definitiva del problema.</p>
<p>E&#8217; stato verificato che la soluzione più efficace e duratura nel tempo è quella di <strong>affrontare un percorso di psicoterapia che consenta di esplorare in modo profondo l&#8217;origine di questa paura e superarla</strong>.<strong> Capire a fondo l&#8217;origine del proprio malessere, permette di contrastarlo e sconfiggerlo</strong>. Poiché il percorso non è immediato, per chi ha bisogno di viaggiare sin da subito, possono essere d&#8217;aiuto in una prima fase le strategie sopra elencate che permettano, man mano che il percorso va avanti, di affrontare l&#8217;esperienza del volo e iniziare a sostituire quella che era solo una esperienza negativa, con un’altra nuova più positiva e piacevole.</p>
<p>Riuscire a scoprire o a ritrovare la possibilità di viaggiare serenamente, permetterà all&#8217;uomo di migliorare la sua qualità di vita e di non perdere più l&#8217;opportunità di affrontare importanti esperienze e raggiungere luoghi ritenuti sino ad allora irraggiungibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LETTURE CONSIGLIATE</h3>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="//rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?lt1=_blank&amp;bc1=000000&amp;IS2=1&amp;bg1=FFFFFF&amp;fc1=000000&amp;lc1=0000FF&amp;t=ttl08-21&amp;language=it_IT&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as4&amp;m=amazon&amp;f=ifr&amp;ref=as_ss_li_til&amp;asins=8851149089&amp;linkId=2ffcc3e704dbaa2787bf287d3fa08b3d" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe> <iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="//rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?lt1=_blank&amp;bc1=000000&amp;IS2=1&amp;bg1=FFFFFF&amp;fc1=000000&amp;lc1=0000FF&amp;t=ttl08-21&amp;language=it_IT&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as4&amp;m=amazon&amp;f=ifr&amp;ref=as_ss_li_til&amp;asins=8897611044&amp;linkId=fbfdfc2c82d081f49f6d5638d27cba76" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>Ansia: positiva o negativa?</title>
		<link>https://angelapellegrino.it/ansia-positiva-o-negativa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 10:22:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Consigliate per homepage]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo d'ansia]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
		<category><![CDATA[nausea]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ansia: una parola molto popolare nella nostra epoca. Tutti conosciamo l’ansia: spesso la proviamo, la riconosciamo, la nominiamo! La proviamo e usiamo espressioni come “Sto in ansia!”; siamo anche in grado di riconoscerla negli altri “Guarda quello com’è ansioso!”; sappiamo addirittura prevedere le situazioni in cui sarà probabile che la...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/ansia-positiva-o-negativa/">Continua a leggere</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ansia: una parola molto popolare nella nostra epoca. Tutti conosciamo l’ansia: spesso la proviamo, la riconosciamo, la nominiamo!</p>
<p>La proviamo e usiamo espressioni come “Sto in ansia!”; siamo anche in grado di riconoscerla negli altri “Guarda quello com’è ansioso!”; sappiamo addirittura prevedere le situazioni in cui sarà probabile che la sperimenteremo “Domani durante l’interrogazione andrò in ansia e farò una bruttissima figura!”.</p>
<p><strong>Ma conosciamo veramente cos’è l’emozione “ansia”? Da dove deriva, che valore ha per l’individuo, in cosa consiste a livello fisiologico, cognitivo e comportamentale?</strong></p>
<p>Quel che tutti sappiamo di certo è che, la maggior parte delle volte, non ci piace provare ansia, ci fa star preoccupati e sentire male; può arrivare a complicarci la vita e può diventare infine un disturbo di cui soffriamo.</p>
<p>La conclusione comune a cui tutti arrivano a pensare è che l’ansia è nostra nemica!</p>
<p>Ma sarà veramente sempre nostra nemica o forse, talora, può diventare la nostra migliore amica?</p>
<p>Da un punto di vista etimologico, la parola “ansia” deriva dal latino “anxia”, derivato di “anxius”, ansioso, che a sua volta risale al verbo “angere”, ovvero stringere, soffocare.</p>
<p><strong>Da un punto di vista psicologico, il termine ansia definisce uno stato psicofisico caratterizzato da una sensazione di apprensione, di incertezza, di paura e di allarme con anticipazione di eventi negativi mal definiti verso i quali il soggetto si sente indifeso e impotente.</strong></p>
<p>Ma l’<strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/ansia_%28Enciclopedia_della_Scienza_e_della_Tecnica%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ansia</a></strong> è un fenomeno multidimensionale con componenti fisiologiche, comportamentali e cognitive:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">A livello fisiologico </span>l’ansia comporta un aumento del battito cardiaco (o tachicardia), aumento della pressione arteriosa, aumento della tensione muscolare, aumento della frequenza respiratoria (o iperventilazione).</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">A livello comportamentale,</span> le risposte comportamentali più frequenti sono l’ attacco o fuga (evitamento); nel primo caso si affronta lo stimolo, o la situazione, che ci procura ansia (es. affronto la situazione che mi provoca ansia nonostante lo stato d’animo); nel secondo caso decido di rimandare il problema, scappando.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">A livello cognitivo</span> i pensieri saranno concentrati sugli aspetti che percepiamo come maggiormente minacciosi; valuteremo in modo irrealistico la situazione, come più “pericolosa” rispetto alla realtà; penseremo alla situazione in modo catastrofico e contemporaneamente, svaluteremo noi stessi e le nostre capacità di far fronte al pericolo e alla situazione stessa (“l’interrogazione andrà malissimo, farò una bruttissima figura e a casa succederà il finimondo! Sono un incapace!”).</p>
<p>Ma perché esiste l’ansia? Che valore ha per l’essere umano? A cosa serve? E&#8217; positiva o negativa?</p>
<p><strong>L’ansia è un emozione e una reazione naturale dell’organismo, geneticamente determinata, che si produce quando siamo di fronte ad uno stimolo o ad una situazione che valutiamo come pericolosa per la nostra sopravvivenza.</strong></p>
<p>È quindi una reazione innata dell’organismo, nonchè universale e utile, che gli consente di prepararsi ad affrontare il pericolo (lo stimolo ansiogeno) attraverso o la risposta di attacco o la risposta di fuga, le due principali risposte che emettiamo quando ci troviamo in pericolo.</p>
<p>E’ difficile oggi, nell’epoca dominata dall’ansia (come stato emotivo e come espressione usata frequentemente) e stress, <strong>pensare all’ansia come a qualcosa di funzionale e addirittura utile alla vita</strong>. Ma se facciamo un passo indietro e pensiamo all’uomo primitivo, può essere più semplice comprenderne la funzione: è stata proprio l’ansia a permettergli di sopravvivere e, conseguentemente quindi di evolversi, preparandolo o a combattere contro gli animali feroci o a scappare da loro.</p>
<p><strong>Tutti i sintomi fisiologici dell’ansia hanno infatti come scopo quello di aumentare la forza e l’energia dell’organismo, nonché di accelerare le sue capacità decisionali, per prepararlo ad affrontare al meglio il pericolo.</strong><strong><br />
</strong><br />
L’aumento del battito cardiaco e della pressione arteriosa servono, infatti, per pompare più sangue, cioè per dare maggiore energia al nostro corpo e per portarlo soprattutto ai muscoli e al cervello. Quest’ultimo dovrà essere ben irrorato di sangue e ossigeno che arriva dall’aumento della frequenza respiratoria, necessaria per poter prendere la giusta decisione il più in fretta possibile; i muscoli si tendono per essere più vigorosi e pronti ad un eventuale scontro fisico o alla fuga; la sudorazione aumenta per rinfrescare il corpo e renderlo più scivoloso, quindi meno afferrabile; la vescica ha bisogno di essere svuotata (da qui il classico fare molta pipì quando si è in ansia) per rendere l’organismo il più leggero possibile; rallenta la nostra funzione digerente (ecco perché possiamo provare nausea) per concentrare tutte le energie del corpo dove servono maggiormente.</p>
<p>Ecco che ognuno dei sintomi dell’ansia, che tanto ci fanno stare male e che odiamo, ha un <strong>significato </strong>e un <strong>valore</strong> ben preciso, originariamente non solo non dannoso per l’essere umano, ma addirittura utile ed indispensabile alla sua sopravvivenza.</p>
<p><strong>L’ansia </strong><strong>dunque è</strong><strong> un’emozione innata, utile, fondamentale.</strong></p>
<p>Ma essa non ha permesso solo all’uomo primitivo di salvarsi dai pericoli che lo circondavano e di evolversi attraverso la percezione e gestione del pericolo ma aiuta ancora oggi gli uomini a salvarsi dai nuovi pericoli.</p>
<p>Pensiamo a un pedone che attraversa una strada, magari un po’ distratto, che vede arrivare all’improvviso un’automobile in velocità o all’uomo delle caverne con davanti un leone feroce; cambiano i fattori ma la situazione è la medesima: vediamo un pericolo, pensiamo che ci sia il rischio di morire, proviamo ansia, l’ansia provoca nel nostro organismo tutta una serie di modificazioni che lo aiutano e lo preparano a gestire al meglio la situazione, decidiamo, ed agiamo, al meglio, ovvero torneremo indietro correndo, andremo in avanti correndo, faremo dei gesti e urleremo e così via.</p>
<p>Vista da questa prospettiva, forse l’ansia non è più quell’emozione negativa che tanto odiamo e di cui vorremmo liberarci totalmente, non è più la nostra nemica.</p>
<p>Tuttavia è vero anche che da compagna di viaggio che ci aiuta a sopravvivere, da migliore amica, essa può diventare una compagna di viaggio che ci ostacola la vita, che ci procura sofferenza, insomma una nemica quando la sua presenza diventa ingombrante.</p>
<p><strong>Se l’ansia cresce troppo, non fa crescere!</strong></p>
<p><strong>Possiamo così distinguere l’ansia in:</strong><strong> ansia funzionale e ansia disfunzionale.</strong></p>
<p>La prima è quella di cui abbiamo già parlato, mentre la seconda è quella che si attiva in assenza di un pericolo reale, ovvero di fronte a situazioni o stimoli non oggettivamente pericolosi: quella che proviamo al solo pensiero di dover far qualcosa che appartiene alla vita di tutti i giorni.</p>
<p>L’ansia si definisce disfunzionale anche quando ha un impatto negativo sull’adattamento e sul comportamento delle persone, cioè quando essa è eccessiva, come frequenza con cui si verifica, intensità con cui si manifesta e durata nel tempo.</p>
<p><strong>Ed è proprio quando da funzionale si trasforma in disfunzionale, da amica diventa nemica, che l’ansia diventa capace di provocare dolore e sofferenza nella vita delle persone che ne soffrono, arrivando ad ostacolare i loro progetti di vita e a modificare la loro esistenza.</strong></p>
<p>E questo, purtroppo, accade molto spesso: da uno studio epidemiologico condotto in Italia nel 2014, emerge che quasi due milioni e mezzo di italiani hanno presentato un disturbo d’ansia nei 12 mesi precedenti.</p>
<p>L’ansia si può combattere e vincere, ma questo è possibile solo se si sa (e si vuole) riconoscerla e se non si lascia che trascorra troppo tempo prima di cercare un soluzione adeguata ed efficace al problema.</p>
<p>Lasciare passare troppo tempo rischia solo di veder cronicizzare o peggiorare le difficoltà.</p>
<p><strong>Ed è proprio in questi casi che bisogna assolutamente rivolgersi ad uno psicoterapeuta, per intraprendere un percorso psicologico, capace di gestire ed elaborare questa modalità disfunzionale e nociva di vivere e sentire,  per cancellare dalla nostra vita quell’ansia che ci è nemica e tornare a prendere per mano la nostra vecchia amica ansia.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: center;">“<em>La paura del pericolo è diecimila volte più spaventosa del pericolo vero e proprio, </em><em>quando si presenta di fatto davanti ai nostri occhi; </em><em>e l&#8217;ansia è una tortura molto più grave da sopportare che non la sventura stessa per la quale stiamo in ansia</em>” .</h5>
<h5 style="text-align: center;">(Daniel Defoe, Robinson Crusoe)</h5>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Dr.ssa Angela Pellegrino</p>
<h3></h3>
<h3>LETTURE CONSIGLIATE</h3>
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		<title>Curiosità: perché mangiamo le unghie?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Angela Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 21:56:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[aggressività]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Consigliate per homepage]]></category>
		<category><![CDATA[freud]]></category>
		<category><![CDATA[frustazione]]></category>
		<category><![CDATA[insoddisfazione]]></category>
		<category><![CDATA[mangiare]]></category>
		<category><![CDATA[onicofagia]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[unghie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mangiarsi le unghie è un gesto molto diffuso, un’abitudine che la persona mette in atto in modo inconsapevole e smettere di farlo, spesso, rappresenta una sfida impossibile per l&#8217;individuo. Sicuramente antiestetico e non igienico, eppure mangiarsi le unghie è un&#8217;abitudine molto diffusa (il 45%  tra gli adolescenti e il 29% tra la popolazione adulta). Ma...<br /><a class="read-more" href="https://angelapellegrino.it/curiosita-perche-mangiamo-le-unghie/">Continua a leggere</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mangiarsi le unghie </strong>è un gesto molto diffuso, un’abitudine che la persona mette in atto in modo inconsapevole e smettere di farlo, spesso, rappresenta una sfida impossibile per l&#8217;individuo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente antiestetico e non igienico, eppure mangiarsi le unghie è un&#8217;abitudine molto diffusa (il 45%  tra gli adolescenti e il 29% tra la popolazione adulta).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cosa ci spinge a mangiarci le unghie? Ansia? Nervosismo? Noia? Fame? Insicurezza?</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la <em>teoria freudiana</em> è un sintomo riconducibile alla fase della fissazione orale.</p>
<p style="text-align: justify;">La fase orale è la prima tappa dello <strong>sviluppo psicosessuale</strong> che si concentra sulla <strong>bocca</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto noto che i bambini cerchino di mettere tutto in bocca, che è l&#8217;<strong>organo conoscitivo</strong> per eccellenza.<br />
La bocca, infatti, è l’organo con il quale il bambino entra in contatto con la madre attraverso il suo seno e l&#8217;organo con cui si nutre e fa esperienza delle cose e del mondo esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fissazioni relative a questa fase sono dette fissazioni orali e derivano dalla lunghezza eccessiva o eccessivamente corta di questo periodo, così come dalla sperimentazione di un eventuale trauma o ripetuta frustrazione durante lo svezzamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La personalità orale rappresenta così una fissazione a questo stadio e ne conserva dei tratti di personalità. Tutte le <strong>fissazioni orali </strong>hanno un elemento in comune: l’eccessiva inclinazione per comportamenti che coinvolgono tutto il cavo orale (mangiare, fumare, bere, rosicchiare, etc).</p>
<p style="text-align: justify;">Il rosicchiare nello specifico trasduce un’espressione di <strong>aggressività</strong> che si coniuga, nel caso dell’<strong>onicofagia</strong>, al gesto di portare qualcosa alla bocca nei momenti di agitazione, ansia o rabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste situazioni <span style="text-decoration: underline;">riportare le emozioni sul corpo è una <strong>strategia per gestire i momenti di frustrazione</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si è piccoli tramite la suzione si ottiene conforto e consolazione ma, una volta divenuti adulti, la suzione non è più sufficiente e allora il rosicchiare e il provare anche dolore per le eventuali escoriazioni, è utile (ma non funzionale) a riportare qualcosa di ingestibile (poiché incontrollabile e non tangibile, come le emozioni) a un livello più noto (quello fisico e tangibile del corpo) e così, apparentemente più controllabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiutandosi, consciamente o inconsciamente, di affrontare e vivere la propria aggressività, in questo caso l&#8217;individuo sposta la propria<strong> rabbia</strong> o<strong> frustrazione</strong> verso sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mangiarsi le unghie</strong> è, quindi, un modo per tenere a bada i propri <strong>impulsi aggressivi</strong> nascondendo così una parte importante della propria personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma secondo una ricerca dell’Università di Montreal, in Canada, mangiarsi le unghia non è soltanto una &#8220;brutta abitudine&#8221;! I risultati della ricerca riportano che all’origine di questo comportamento quasi compulsivo e non proprio piacevole, c’è il <strong>perfezionismo</strong>, ovvero l&#8217;ansia e il desiderio di fare sempre le cose nel modo migliore e di raggiungere gli obiettivi più alti.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, spiegano gli studiosi autori della ricerca &#8220;chi si mangia le unghie, ma anche chi si attorciglia continuamente i capelli attorno alle dita, spesso è una persona che soffre di <strong>irrequietezza </strong>e<strong> perfezione</strong>, che non riesce a rilassarsi né a compiere le attività quotidiane a un passo normale, ma va sempre oltre&#8230;&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rovescio della medaglia nasconde il suo effetto meno positivo: i perfezionisti, infatti, sono facili all’<strong> impazienza, </strong>all’<strong>insoddisfazione</strong> e anche alla<strong> frustrazione</strong> quando non raggiungono i propri obiettivi o quando si scontrano con le tempistiche realistiche della vita quotidiana che impediscono loro di raggiungere i propri obiettivi in maniera tempestiva.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciò che fa scattare questa abitudine è soprattutto la frustrazione, ma anche l’impazienza, e questi gesti rappresentano il modo (non funzionale) di regolare le proprie emozioni, ovvero fungono da sostituti di una azione più costruttiva” &#8211; ha spiegato <strong>Kieron O’Connor</strong>, il direttore della ricerca, all’Huffington Post americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, per arginare e curare il problema, bisogna capire a fondo quali siano i motivi di tale ansia ed aggressività che ne stanno alla base e perché il soggetto prediliga lo sfogo verso sé stesso e non verso l’esterno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: right;"> <em>Dr.ssa Angela Pellegrino</em></h5>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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