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23 04 2015

L’insostenibile leggerezza dell’Apparire – Selfie!

 

 

“Non farti tanto grande, non sei così piccolo”, recita un detto popolare la cui saggezza è innegabile.

L’insostenibile leggerezza dell’essere oggi si è trasformata nell’insostenibile leggerezza di apparire, per la pesante paura di essere e mostrarsi per ciò che si è veramente!

Il bisogno di conferma del proprio valore è insito nell’essere umano e la formazione di chi siamo avviene attraverso un processo graduale, dove la conoscenza del mondo si combina con il rispecchiamento sociale che continuamente ci rimandata l’immagine esterna che gli altri, lo specchio, hanno di noi.

Spesso però l’immagine che rimandiamo agli altri non è reale ma lo facciamo anche a discapito della nostra autenticità pur di avere la tanto desiderata approvazione altrui. Quello di cui parlava Pirandello un secolo fa, sembra essere il problema del nostro tempo: Essere e Apparire.

Abbiamo creato social di ogni genere per “esserci”, coniato nuove parole come “Selfie” (autoscatto) che è stata ormai inserita nell’Oxford Dictionary. Questo a sancire una contemporaneità che, non solo ha trovato nella tecnologia il mezzo per oltrepassare limiti ma ne sta pagando un prezzo alto: con il riempiere i vuoti esistenziali con l’oggetto tecnologico, con il culto del virtuale per mascherare fragilità identitarie che rendono insostenibile l’incontro con l’Altro; con l’autofabbricazione della propria immagine ideale grazie ai trucchi di Photoshop o in generale all’alterazione della realtà in ogni modo e forma a propria disposizione.

Chi di noi non ha mai fatto un Selfie?

Non è di certo questo preoccupante bensì gli svariati utilizzi dei Selfie (dal puro narcisismo, unicamente per avere apparizioni oppure per trasmettere un messaggi in rete) hanno fatto si che il fenomeno raggiungesse dimensioni e frequenze spaventose, tale da richiamare l’attenzione degli studiosi in ambito psicologico.

Per capire a quale bisogno e a cosa risponde il desiderio dell’individuo di farne un uso frequente, sono stati approntati degli studi su questo fenomeno, in ambito psicologico e sociale, per chiarire se il Selfie sia un disturbo o meno.

Secondo uno studio da parte della American Psychiatric Association chi ha la mania del selfie soffre di un disturbo mentale: mancanza di autostima e lacune nella propria intimità. È questa la tesi proposta dall’associazione nei confronti di chi passa il tempo a farsi autoscatti per poi condividerli sui vari social network. Il disturbo ha trovato anche un nome: il selfitis, che tradotto in italiano potrebbe essere la “selfite”.

I medici che hanno effettuato la ricerca sostengono che gli amanti del selfie (con frequenze sopra la norma) soffrono di un desiderio ossessivo-compulsivo di realizzare fotografie di sé stesso per poi pubblicarle online per compensare la mancanza di autostima e anche per colmare lacune nella propria intimità.

L’American Psychiatric Association ha pubblicato anche una griglia per valutare l’intensità del disturbo. I ‘selfitis borderline’ sono coloro che si limitano a 3 selfie al giorno, che siano pubblicati o meno online. Sono, invece, selfitis cronici coloro che pubblicano più di 6 foto al giorno.

Dietro queste carenze, la preoccupazione è “la dipendenza dal giudizio degli altri e l’incapacità di intrattenere relazioni autentiche” e il rischio è quello di sviluppare un Falso Sè, grandioso e narcisistico, ma non autentico.

I giovani di oggi, i cosiddetti “Millennials” nati tra il 1980 e il 2000, scrive il Time costituiscono una generazione di narcisisti, la cosiddetta “Me Me Me Generation”. Lo affermano i dati di ricerca che rivelano una preoccupante incidenza del disturbo narcisistico di personalità tra i ventenni di oggi, con percentuali significativamente più alte se si effettua un confronto con la generazione precedente.

Se il selfie nasce come un mezzo divertente ed efficace per scattarsi foto, bisogna però tener conto di quanto sia forte il bisogno di mostrare e apparire, spesso migliori di ciò che si è.

Ricordare che la vita deve essere vissuta prima che osservata, da se stessi e dagli altri. Non possiamo vederci vivere dall’esterno, come quel povero Fu Mattia Pascal di pirandelliana memoria. Viviamo purtroppo in una società in cui tutto è coperto da fredde maschere che opprimono i veri sentimenti, che velano e nascondono ogni intima e singola sensazione che possa rendere diversa la persona e distinguerla dalla massa, anche per la sua vitale debolezza e non solo per la sua “spettacolarità”.

ESSERE O APPARIRE?

Questo vale soprattutto per gli adolescenti che, come sappiamo, attraversano una fase delicata della loro vita, in cui iniziano a fatica a separarsi e differenziarsi dall’immagine avuta fino a quel momento e che deriva dal modo con cui si sono relazionati confrontati con i loro genitori e con le figure significative, per acquisire una propria identità autonoma e indipendente.

Il pericolo maggiore è di essere condizionati e influenzati dal successo o meno della propria foto, ovvero dall’immagine e dell’apparenza che inviano al mondo e dalla risposta (in termini di like) e “approvazione” che ricevono dall’esterno.

Ma come fare se si cresce nell’appiattimento della differenza generazionale da genitori-ragazzini che orientano la propria prassi educativa sul piano equiparabile dell’ “essere amici”, sul senso della “felicità” e visibilità ad ogni costo; siamo nell’epoca in cui non si riconosce l’altro per quello che è ma per quello che ha (alla domanda di FrommAvere o Essere?” oggi risponderemmo di certo Avere! O ancora meglio Apparire!), in cui non si teme l’autorità (che un insegnante non osi dare un brutto voto al figlio, altrimenti se la dovrà vedere con una mamma o con un papà sul piede di guerra), in cui il semplice è considerato banale e diventa interessante solo l’eccesso, un’epoca in cui si agisce più per mostrarsi e dare conferme agli altri che per la realizzazione e il benessere di se stessi.

 

UNO, NESSUNO E CENTOMILA

La consapevolezza e l’identità di sé, vale a dire la capacità di riconoscersi come persone dotate di un’immagine di sé integra e coesa, capace di differenziare i propri sentimenti ed emozioni da quelle degli altri, rimanendo fedeli a se stessi, nonostante le critiche e perturbazioni esterne, è una conquista che richiede esercizio, impegno e costanza nel riuscire a non farsi condizionare eccessivamente dall’opinione altrui e ha poco a che fare con l’immagine parziale e spesso distorta che viene inviata all’esterno e attendiamo che ci ritorni indietro “approvata”.

Quello che appare, infatti, non è quasi mai corrispondente al vero: ognuno di noi quando si relaziona agli altri, ma anche a se stesso, il più delle volte utilizza in maniera più o meno consapevole alcuni “strumenti” per rendere la migliore immagine di sé, accettabile e gradita con cui cerca di rendersi migliore rispetto a ciò che in realtà è. In questa falsa onnipotenza di poter controllare tutto, nell’impossibilità di incontrare il limite e la sana frustrazione, il rischio è di rimanere fissati alla propria immagine in una sorta di rapimento auto-contemplativo e celebrativo (non potendo reggere la ferita di un divieto, o di un rifiuto, o di un abbandono in quanto significherebbe la disconferma e annientamento di se stessi).

Il rischio maggiore è di “vivere per gli altri”, di non essere in grado di cogliere ciò che li rende singolari, unici, perché nessuno li ha mai aiutati ad andare oltre il luccichio del placcato oro che è solo la pellicola che riveste la sostanza. Gli adolescenti sono spesso persi e confusi rispetto a quale sia il loro reale valore, personalità, il loro posto rispetto all’amore e nel mondo.

Non di rado sono depressi, nonostante tutto sia loro possibile e falsamente raggiungibile, anzi, proprio a causa di questo; la libertà garantita dall’immediata fruizione di oggetti di godimento più che dall’avvertire una propria amplifica il senso di vuoto, con se stessi e con il mondo circostante.

L’altro rischia di esistere solo come loro riflesso; ed è proprio questa è la sua funzione: fare da specchio.

Ciò accade non soltanto dal punto di vista esteriore, attraverso la “scelta” dell’immagine migliore con cui apparire e mostrarsi agli altri, ma soprattutto e in maniera più inconscia a livello psicologico e interiore: piuttosto che farsi vedere con le proprie fragilità, debolezze e difficoltà, si tende a mostrarsi invincibili, superiori e migliori anche ai propri familiari, agli amici più cari e con chi non giudica ma ama.

Insomma, il focus e l’importanza sembra essere quella di avere non una definita personalità ma un bel “profilo” social, una bella foto profilo al giorno che tolga “le cose pesanti” di torno!

Ci vuole leggerezza, dicono; non di certo la leggerezza piena che intendeva Kundera nella ricerca dell’equilibrio esistenziale tra l’evanescenza della vita e la necessità di trovare in essa un significato. Quanto, invece, questa leggerezza fatta di vuoti e apparenze presto risulterà loro insostenibile!

La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi é destinata a scoprire l’illusione domani “ diceva Pirandello.

Per cui non educhiamo i nostri figli alla ricchezza e al possesso, educhiamoli piuttosto alla semplicità e alla vera felicità, in modo tale che quando saranno grandi conosceranno il valore di ogni cosa e non il prezzo!

Apparire è vivere per gli altri, Essere è vivere per sé.

Mi piace pensare, infine, che l’autoscatto migliore e in generale la migliore immagine di sé rimanga quella più vera, che magari non corrisponde per forza a quella in cui siamo “venuti meglio” (un po’ come quel naso difettoso ma reale e caratteristico del protagonista di Uno, Nessuno e Centomila) ma in cui appare un’emozione autentica e distintiva di quel singolo e irripetibile individuo.

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