Nonostante gli anni siano passati e la cultura psicologica continui a crescere, a svilupparsi e a rendere manifesti i suoi benefici, ancora oggi troppo spesso si sente dire
“No, io allo psicologo non ci credo! Sono mica matto per andare dallo psicologo!”
Mi sono interrogata sul perché lo psicologo e il farsi aiutare in genere faccia spesso paura, e come mai esistano così tanti pregiudizi e credenze erronee in merito.
Sono nata e ho trascorso la mia adolescenza in un paese della Sicilia, facendo spesso i conti con i pregiudizi e la diffidenza nei confronti del diverso — talvolta confondendo una debolezza umana con patologie mentali — e con il senso di colpa e vergogna da parte di chi diverso, a sua volta, si sentiva o lo era divenendo vittima di questi pregiudizi e false credenze spesso troppo forti da sradicare.
L’essermi formata e l’operare tutti i giorni a in una città grande come Roma di certo mi ha permesso di fare i conti con una realtà e una visione più aperta e “normalizzante” verso chiunque senta e viva una difficoltà e chieda il sostegno di un professionista, per rispondere e superare il proprio specifico problema.
Niente di più normale e sano, ma ancora non sempre così semplice e automatico.
Infatti, mentre non esitiamo affatto a richiedere un consulto specialistico per una problematica dermatologica, un mal di denti, una fisioterapia, una visita ginecologica, ecc. e a pagare profumatamente per questo, andare dallo psicologo per un disagio psicologico o nel modo di vivere resta ancora un gradino scomodo da superare, un lusso che solo alcuni possono permettersi o uno specialista indicato solo per coloro che vengono etichettati come pazzi.
La concezione che si ha all’estero e in particolare negli USA del terapeuta come sostegno nelle difficoltà ma anche come coach per la propria vita e per il benessere psicologico, di certo in Italia è ancora molto lontana.
Questa chiusura è legata a diverse credenze e pregiudizi che portano a considerare la psicoterapia come qualcosa di affascinante ma che appartiene per lo più ai film.
Ad alimentare la chiusura, spesso, è la ancora forte confusione che si fa tra i vari professionisti nel campo: lo psichiatra, psicologo e psicoterapeuta hanno formazioni e percorsi professionali differenti e si occupano di cose diverse ma possono lavorare insieme.
Questa confusione non fa altro che alimentare stereotipi e paure che la psicologia si porta con sé da tanto tempo ma che non appartengono alla realtà.
Lo psicologo così spesso finisce per far paura: è percepito come una figura ambigua, come qualcuno che ci legge nel pensiero, ci studia e analizza anche soltanto attraverso un minimo movimento corporeo!
Le cose in realtà stanno diversamente.
E allora cosa si nasconde dietro questi e altri pregiudizi? Quale infida catena di credenze condizionate dall’ambiente ha influenzato e alimenta tutto questo?
Vediamo insieme quali sono i più comuni e popolari stereotipi e credenze contro la psicoterapia e la figura dello psicologo (certa che ognuno di voi ne abbia pensato almeno uno!):
1 – “Io non ho problemi, sono gli altri che li hanno!”
In linea di massima identifichiamo come pazzi tutti coloro che ragionano diversamente da come ragioniamo noi, che fanno cose che noi non faremmo mai e pensano cose che noi non penseremmo mai.
Poi, quando il comportamento di questi “pazzi” va a nostro danno, riteniamo che siano loro a dover modificare il loro comportamento e non noi come se, inoltre, chiedere aiuto per “tutelarci” fosse quasi una ulteriore beffa.
E, ancora, come se aver bisogno di aiuto per affrontare dei problemi equivalesse a esser matto e non chiederne annullasse magicamente tutte le difficoltà.
Ma chi è che dovrebbe chiedere aiuto? Colui che trova giovamento dai danni inflitti o il danneggiato?
La verità è che dovrebbe sentirsi libero di chiedere aiuto chiunque senta e viva un momento, una fase o una situazione di stallo e/o difficoltà, o anche chiunque senta la voglia/esigenza di conoscersi meglio e mettere a frutto le proprie risorse al meglio.
Imparare a gestire e tutelarci dai comportamenti degli altri, capire come noi siamo delle volte capaci di innescare determinati comportamenti, in modo spesso inconsapevole, è un aspetto fondamentale per il nostro benessere.
Non possiamo aspettare che siano gli altri a cambiare perché, seppure fosse, di altri ce ne saranno sempre di nuovi! E, in fin dei conti, le persone si comportano con noi come noi le educhiamo a comportarsi, attraverso dei messaggi consapevoli.
2 – “Ce la faccio da solo, chiedere aiuto vuol dire arrendersi ed essere sconfitti”
Quando si ha una difficoltà o un problema, provare a trovare una soluzione da soli va benissimo ma, in caso di fallimenti ripetuti, intestardirsi diventa patologico oltre a generare stalli emotivi e comportamenti che non fanno altro che peggiorare e cronicizzarsi nel tempo.
Questo probabilmente è ancora più accentuato ai giorni nostri ed è il frutto malato del concetto megalomane e falso del self-made-man, protagonista della nostra epoca fatta di grandi uomini ma di carattere mediocre (Dalai Lama).
E’ come se riconoscersi in toto, vedere le proprie risorse e difficoltà e chiedere aiuto per risolvere e fare risorsa di quest’ultime decretasse automaticamente il titolo di essere “mezzi uomini o mezze donne”.
E sarà forse per questo che la maggior parte delle persone che si rivolgono ad uno psicologo sono donne? Non di certo perché siano più “malate”, tutt’altro; è soprattutto perché la presunta debolezza e fragilità sono tratti culturalmente considerati e leciti per le femminili (nel senso che le donne possono permettersi di esprimerli).
Ci sono anche coloro che hanno sempre risolto da soli i loro problemi e che non capiscono perché “all’improvviso” non ci riescono più, non capiscono perché non ce la fanno più a controllare tutto. In altre parole, per queste persone chiedere aiuto a uno psicologo vuol dire scendere a patti con il proprio narcisismo e il desiderio di autosufficienza: chiedere aiuto è un attacco alla loro autostima.
Le cose stanno diversamente: la vera forza sta proprio nel dichiarare le proprie fragilità in primis a se stessi e non avere timore di mostrarsi con tutte le parti di sé; questo è anche il primo passo per rendere delle fragilità dei punti di forza e di orgoglio.
Queste persone dimenticano però che abbiamo tutti bisogno degli altri, per condividere gioie e sofferenze: come diceva Virginia Woolf, la vita appassisce se non la si condivide con nessuno.
Il fai-da-te va bene come hobby quando si ha tempo a disposizione, ma spesso i risultati non sono proprio gli stessi di quelli ottenuti dai professionisti.
In ultimo, ma non per importanza, perché farcela da soli per prove ed errori con molto tempo e molta fatica rischiando di cronicizzare dei problemi se esiste una strada che accelera il percorso fino alla meta attraverso la guida sicura di un esperto?
Il merito sarà sempre di chi avrà compiuto i passi.
Infatti, a differenza di altre problematiche completamente delegabili, le difficoltà psicologiche si possono superare solo in prima persona, nessuno può farlo al posto nostro.
Accettata di buon grado l’idea di un possibile aiuto esterno, rimane l’idea che forse tanto veloce non sarà perché si pensa che…
3 – “…andare dallo psicologo vuol dire intraprendere un percorso lungo anni, faticoso e tortuoso senza fine”
Questo modo di pensare ha tratto grande ispirazione dalla divulgazione e, in alcuni casi dalla distorsione, di alcune dei presupposti della psicoanalisi degli esordi del ‘900, spesso nel tempo enfatizzati e stereotipati anche dall’ambiente cinematografico.
Vero è che qualche approccio psicologico condivide i presupposti psicoanalitici (ovviamente evoluti rispetto alla psicoanalisi di Freud) ma esistono una molteplicità di approcci terapeutici “a termine” con una programmazione ben delineata e breve nelle tempistiche per il raggiungimento dei risultati concordati con il paziente.
Nessun reale e duraturo cambiamento può essere immediato e la scusa del tempo spesso è una resistenza. Per alcuni è difficile chiedere aiuto a uno psicologo perché pensano che ne diventeranno dipendenti e incapaci di decidere alcunché senza consultarlo.
Diversamente, uno psicologo aiuta la persona a mettere a frutto tutte le risorse che possiede e che forse ignora, spingendola quindi verso l’autonomia.
Seppure si accetti che essere aiutati non sia in sé per sé una sconfitta e che possa essere una via più rapida rimane da pensare che…
4 – “…rivolgersi allo psicologo è per disperati e sfigati”
Lo psicologo privato attualmente è un servizio principalmente “per privilegiati e persone evolute”. Solitamente è richiesto a livello privato da persone per la maggioranza dei casi di livello culturale medio/alto e principalmente per una differenza di mentalità e approccio rispetto alla vita; ma la difficoltà spesso annebbia e blocca anche le risorse.
Pensiamo anche che la possibilità di essere realmente “sfigati” in una specifica area della vita (ad esempio le relazioni sentimentali) non voglia dire che non si abbiano aree di eccellenza.
Inoltre, nella mia esperienza professionale, la sensibilità e l’intelligenza delle persone che richiedono una relazione di aiuto, è decisamente sopra la media. Sono coloro che hanno la capacità e l’apertura di poter interrogarsi, riconoscere limiti e chiedere aiuto per superarli, per amore del proprio benessere e felicità.
Semmai disperati e sfigati lo si diventa e lo si rimane proprio perché non ci si fa aiutare da chi è specializzato tecnicamente nella problematica nella quale si è coinvolti e dalla quale non si riesce ad uscire.
Tuttavia si può essere ancora resistenti e avere le idee poco chiare sulla gravità del problema che “serve per arrivare dallo psicologo” pensando che….
5 – “…per andare dallo psicologo bisogna essere matti o incapaci di intendere e di volere”
Esordiamo affermando un semplice dato di fatto: coloro che hanno patologie psichiatriche gravi spesso non sono in grado di riconoscere la propria patologia e il loro bisogno di aiuto e coloro che non sono capaci di intendere e di volere, di certo non potrebbero decidere di andare dallo psicologo per migliorare la propria qualità di vita!
Questo pregiudizio è probabilmente il più antico e radicato e, oggi probabilmente, è proprio per questo tipo di pensiero irrealistico che alcuni arrivano dallo psicologo quando ormai non hanno scelta, “portati di forza”.
Infatti una difficoltà non gestita adeguatamente si trasforma in un problema, e un problema non affrontato a lungo termine può sfociare in una patologia conclamata.
In base alla precocità o meno dell’intervento, si modificherà il livello di facilità dell’intervento stesso, la riduzione del danno e delle conseguenze negative, effetto del cattivo trattamento o dell’aver ignorato la difficoltà iniziale.
E va bene, siamo convinti ad andare da uno psicologo, ma poi…
6 – “…se vado dallo psicologo mi dovrò aprire completamente”
Questa credenza ha radice probabilmente a partire dal retaggio della religione cristiana.
E’ legata all’idea del confessore a cui raccontare le proprie colpe e miserie per avere il perdono, dopo aver espiato pagando con qualche forma di sacrificio!
Inoltre è ancorata al pensiero, senza fondamenta, secondo il quale per poter intervenire efficacemente su un problema complesso sia richiesta una conoscenza completa e profonda di tutta la storia di un individuo nei dettagli, specie se più morbosi.
Se confondere l’intervento di uno psicologo con quello di un prete non fa giustizia a entrambe le categorie, la seconda idea è altrettanto pericolosa in quanto irrealistica e non utile: non è necessaria una sfilza dettagliata di eventi e informazioni, bensì saranno terapeuta e paziente a decidere insieme cosa toccare e cosa no per capire meglio la direzione da prendere per raggiungere la meta.
Basti pensare che ogni individuo è una persona articolata e complessa, e anche volendo, non sarà mai possibile (ne tanto meno utile allo sviluppo di sé) conoscere tutto di questa… non è questo il senso della terapia!
Inoltre sarà sempre la persona a poter decidere cosa dire o non dire in base al grado di fiducia che il professionista sarà stato capace di costruire, e ciò che si tratterà sarà funzionale alla difficoltà portata e all’obiettivo prefissato nella relazione terapeutica.
7 – “ Non sarò più spontaneo”
Un’altra spaventosa idea è il mito costruito attorno all’idea della spontaneità.
Accettare questa idea, senza definire cosa esattamente sia la spontaneità, sarebbe come dire che se sono “spontaneamente” malato e sofferente è preferibile rispetto all’essere sano e felice ma non più spontaneo!
Ecco che questa idea crolla di colpo. Inoltre, un punto del percorso terapeutico è quello di aiutare l’individuo a sentirsi a suo agio e comodo con se stesso, la sua vita e il mondo circostante.
Questa falsa credenza nasconde anche il presupposto falso che si venga spinti in terapia a cambiare aspetti della propria personalità che non si desidera modificare.
Nessun terapeuta sarà mai in grado di farvi diventare un’altra persona, se non aiutarvi ad esprimere meglio quello che siete già.
Va bene, sarò sempre me stesso, ma potrei andare per una difficoltà che ritengo da poco e…
8 – “…se vado dallo psicologo potrei scoprire di avere molti più problemi di quelli che penso”
Se ragionassimo nei termini di una definizione chiara del funzionamento di un problema che vi trovate ad affrontare, le cose penso cambierebbero parecchio.
In ogni caso, se avete una difficoltà, allora mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non sarebbe di grande aiuto comunque, ma anzi vi impedirebbe di sapere che cosa potreste farci.
Anche in questo caso per la paura di essere giudicati e considerati “problematici” o “pazzi” (qualsiasi significato attribuiate a queste parole), si farebbe finta di niente di fronte ad un problema e a potenziali aree di miglioramento, lasciando maturare un problema o permettendo ad una possibile incapacità di dilagare in una falla enorme.
Un individuo è libero di sentire e scegliere cosa vuole e/o è in grado di affrontare e migliorare e, ovviamente, se una persona si sente bene, l’unico motivo per rivolgersi ad uno specialista sarebbe quello di raggiungere traguardi più elevati che lo aiuterebbero ad evitare la trappola oscura dell’autocompiacimento.
Ma in fondo si potrebbe preferire di non migliorare, perché non c’è niente di peggio che…
9 – “Aiuto, adesso vengo psicanalizzato ( = vivisezionato!)”
Questa credenza rimanda al concetto di etichetta “malato-sano” e stereotipi e pregiudizi legati alla psicoterapia e alla figura del terapeuta.
Basti pensare alla vita di tutti i giorni; vi sarà capitato di aver incontrato uno psicologo o psicoterapeuta e non appena lo si viene a sapere si viene travolti da un turbine di tensione che irrigidisce e terrorizza, dal pensiero che ogni cosa diciate egli vi stia analizzando e giudicando alla ricerca di problemi patologici e colpe.
Non di rado, mi è capitato in prima persona e in vari e diversi contesti di sentirmi dire:
«Mi sta psicoanalizzando? Mi legge nel pensiero? State attenti a come vi muovete e quello che dite che c’è uno psicologo tra noi!»
Un misto di fantasie tra il magico, mistico e soprannaturale, ovviamente nessuna delle quali lontanamente paragonabili alle abilità e competenze di un professionista in merito.
- In primo luogo bisogna dire che il termine “psicanalizzare” si riferisce al metodo della psicanalisi ed è inappropriato per tutti gli altri approcci psicologici
- In secondo luogo, sarete d’accordo con me sul fatto che sia inevitabile interpretare gli altri, tutti lo facciamo attraverso le particolari lenti della nostra esperienza, senza essere dei professionisti.
Il compito specifico dello psicologo — quando è nel suo studio e in contesto professionale e non per strada — non è quello di giudicare ed emanare sentenze, o applicare espedienti sovrannaturali, bensì quello di aiutare le persone a conoscersi davvero attraverso la competenza e relazione terapeutica (e non secondo formule rigide e modi invariati applicabili a tutte le persone e contesti); aiutare l’individuo a scoprire se stesso — non solo attraverso comportamenti scindibili, ma nel funzionamento globale della propria persona — e a superare difficoltà e problemi, al fine di migliorarsi e vivere meglio.
La formazione e l’empatia dello psicologo hanno un valore decisamente più profondo e professionale della “persona con cui si può parlare più facilmente”.
Inoltre, i limiti di comprensione, tolleranza e rispetto dei pensieri e comportamenti giudicati “strani” all’esterno, nello spazio terapeutico e grazie all’alleanza terapeutica sono molto più ampi rispetto a quelli della maggior parte delle persone; vengono accolti con cura, rispettati e utilizzati insieme alla persona che li porta, al fine della propria e più profonda conoscenza.
Se proprio dovete preoccuparvi, fatelo più del giudizio delle persone a voi vicine e di come questo spesso passi da un comportamento specifico al giudizio complessivo sulla persona, non finalizzato alla vostra crescita, ma a tutt’altro!
Bene, superato il rischio di essere giudicati rimane però il fatto che…
10 – “…potrei essere manipolato contro la mia volontà”
Questa idea che conferisce magicamente il potere supremo al terapeuta, in parte, è ragionevole. Poiché se si subisce acriticamente l’influenza di una persona che ha l’autorità per dare indicazioni senza che ci si senta in grado di opporsi, il rischio di manipolazione è reale.
Per tutelarsi da questa possibilità la soluzione è di essere informati sul funzionamento della terapia e chiarire fin dal primo incontro le regole della terapia stessa, lasciandosi la possibilità di sentirsi liberi di esprimere pensieri, dubbi e perplessità su ciò che non viene compreso pienamente o accettato.
Anche la stessa possibilità di imparare ad essere più fermi nelle proprie posizioni, essere più chiari, raggiungere i propri obiettivi, essere più efficienti e assertivi, è ciò che fa parte del percorso di miglioramento di se stessi, in cui lo psicologo è lo specialista adatto nel guidarvi.
A questo punto, superati tutti questi timori ed eliminati i pregiudizi personali, potrebbe rimanere il fatto che…
11 – “…se vado dallo psicologo gli altri penseranno che sono matto”
Lo stigma sociale è un prodotto del proprio pregiudizio sommato con quello delle altre persone che ci credono e che poi magari, a loro volta, vanno dallo psicologo senza dichiararlo.
Ma se voi, andando da uno psicologo, vi scopriste a sentirvi meglio, più sicuri, più sereni, consapevoli e in controllo, più gioviali, più leggeri e con un problema in meno… forse gli altri penserebbero che non siete poi così matti a fare ciò.
Invece di nascondere sotto il materasso i personali turbamenti facendo come se non ci fossero, forse andare dallo psicologo potrebbe essere lentamente considerata una pratica altrettanto salutare e quotidiana per trovare soluzione alle proprie difficoltà, alle inevitabili conflittualità psicologiche e relazionali, come è ritenuto salutare e normale andare in palestra, alle terme, da un’estetista o da un medico per le nostre altre esigenze e/o problemi.
Inoltre chiunque sia visto da un punto di vista diverso dal nostro potrebbe essere considerato “matto” proprio perché vive secondo modalità che sono diverse dalle nostre e che non comprendiamo.
Anche liberarsi dal peso del giudizio altrui (come il fregarsene di essere considerati qualcosa che non si è) sarebbe sicuramente un obiettivo interessante su cui lavorare.
Va bene, ma forse nonostante tutto il risultato che mi piacerebbe ottenere è un obiettivo impossibile perché…
12 – “…io sono fatto così. Cambiare è impossibile! La personalità è un fattore ereditario”
Innanzitutto la personalità è un insieme di tratti distintivi, stili e schemi di comportamento che costituiscono il carattere o l’individualità di una persona e che si sviluppa ed è influenzata da diversi fattori: ambientali, genetici, culturali, sociali, etc. per cui sicuramente plasmabile (in modo diverso, a seconda delle fasi dello sviluppo e delle componenti specifiche).
E, inoltre, va specificato che la personalità è una cosa, mentre i comportamenti abituali, il modo di agire in determinate occasioni, le difficoltà emotive/psicologiche/percettive sono altro.
Non si fa di certo una psicoterapia per cambiare personalità o diventare qualcun altro.
Si intraprende un percorso terapeutico per conoscere e migliorare se stessi, per convivere in maniera più funzionale con se stessi e con gli altri e vivere meglio.
C’è chi ha paura di andare da uno psicologo perché è convinto che per i suoi problemi non ci sia soluzione e non sia proprio possibile che le cose vadano meglio. Questo pessimismo può però nascondere altro, ad esempio la paura di cambiare o la sensazione di non avere diritto a ricevere aiuto.
La paura di cambiare è un aspetto che può sembrare paradossale perché, si pensa, se uno va da uno psicologo lo fa proprio per questo, per cambiare.
Alcune persone si spaventano dinanzi all’eventualità di un cambiamento anche se si tratta di modificare modi di essere che le fanno star male e preferiscono pensare che dovrebbero essere gli altri a cambiare, non loro.
Queste persone dimenticano o ignorano che, in questo processo di trasformazione, non saranno da sole e lo psicologo starà loro accanto e le sosterrà.
Il cambiamento che è inevitabile in un percorso di miglioramento, va canalizzato nella giusta direzione.
Spesso gli obiettivi terapeutici non riguardano la personalità ma specifiche problematiche che impediscono di vivere pienamente la vita in modo sereno ed evolutivo.
E, inoltre, parlando anche di fattori immodificabili, un altro obiettivo resta quello di costruire un buon rapporto con ciò che è immodificabile in noi.
Chi ha malattie croniche, difetti fisici non modificabili, aspetti del carattere troppo strutturati, nel tempo può imparare a guardare e modificare le sue valutazioni e prospettive su qualcosa che è un dato di fatto e non di essere, per vedere da una prospettiva diversa, più proficua e salutare.